La visione di Ezechiele e i diversi modi di interpretare la Bibbia

Ezekiel

Interpretare un insieme di testi prodotti da una cultura lontana nello spazio e nel tempo non è certamente un’impresa banale. Nel caso particolare della Bibbia, nel corso dei millenni, sono stati utilizzati diversi modi per interpretarla.

In questo articolo si esaminerà la visione di Ezechiele, tratta dal primo capitolo dell’omonimo libro biblico, che rappresenta uno dei brani preferiti da chi sostiene che gli antichi testi sacri parlino di extraterrestri. Lo si utilizzerà, quindi, per analizzare brevemente tre diversi modi di interpretare i testi biblici.

Cominciamo innanzitutto con una traduzione che, a costo di una resa in un italiano non proprio scorrevole, ho preferito mantenere il più letterale possibile. Le uniche modifiche sono le aggiunte di alcuni termini (indicate in parentesi quadre) e l’omissione di una serie di congiunzioni all’inizio di quasi tutti i periodi (es. «E vidi», «E gli esseri»), tipica dell’ebraico biblico, ma ridondante in italiano.

In alternativa, chi non volesse fidarsi, può consultare la traduzione che preferisce, la sostanza dell’articolo non cambia. Anzi, invito caldamente a consultare altre traduzioni e leggere anche tutto il contesto, che qui ho omesso per brevità.

Fu nell’anno trenta, nel quarto (mese), nel quinto del mese: (ero) in esilio, sul fiume Chebar, quando si aprirono i cieli ed ebbi visioni divine. Nel quinto del mese del quinto anno dell’esilio del re Yoyachin, fu (rivolta) la parola di YHWH ad Ezechiele, figlio di Buzi il sacerdote, nella terra dei Caldei, presso il fiume Chebar, dove fu su di lui la mano di YHWH.

Ecco, vidi un vento di tempesta venire dal Nord ed una nuvola grande ed un turbine splendente tutt’intorno come fuoco, mentre all’interno [era come] ambra dentro il fuoco. Al suo interno, [vi erano] come degli esseri viventi, le cui sembianze parevano umane. Ognuno aveva quattro volti e quattro ali. Le loro gambe erano diritte e le piante dei loro piedi erano come zoccoli bovini e mandavano scintille come bronzo lucido. Sotto le loro ali, tutti e quattro, avevano braccia umane. Le loro ali erano unite l’una con l’altra. Nel loro procedere, non si giravano mai, ma ognuno andava [diritto] davanti a sé. Le fattezze dei loro volti [erano]: volti umani, volti di leone a destra, tutti e quattro, volti di toro a sinistra, tutti e quattro, e volti di aquila tutti e quattro. I loro visi e le loro ali erano rivolti verso l’alto e ciascuno aveva due [ali] congiunte l’una con l’altra e con due si copriva il corpo. Ciascuno passava [diritto] davanti a sé verso dove andava lo spirito ed andavano senza voltarsi nel loro incedere. L’apparenza degli esseri viventi sembrava come carboni infuocati che bruciano e come torce accese. [Lo spirito?] andava fra gli esseri viventi e splendeva come fuoco e dal fuoco uscivano lampi. Gli esseri viventi correvano e tornavano, come un baleno. Vidi gli esseri viventi ed ecco una ruota sulla terra presso di loro, ai lati di tutti e quattro. L’aspetto delle ruote e la loro fattura era come di diaspro e simile ad uno dei quattro ed il loro aspetto e la loro fattura come se ci fosse una ruota dentro l’altra. Quando si muovevano nei quattro lati, non si voltavano nel loro incedere e i loro bordi erano così alti che incutevano paura e per tutta la loro altezza erano piene di occhi tutt’intorno [tutte e] quattro. Nel loro procedere andavano e le ruote erano presso di loro e, nell’innalzarsi degli esseri viventi da sopra la terra, si sollevavano anche le ruote. Andavano dove andava lo spirito e le ruote si sollevavano vicino a loro, perché lo spirito degli esseri viventi era nelle ruote. Quando essi si muovevano, esse si muovevano, e quando essi stavano fermi, anch’esse stavano ferme, e quando essi si alzavano [in volo] anch’esse si sollevavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote. Sopra le teste dell’essere vivente vi era una lastra come di ghiaccio terribile distesa al di sopra delle loro teste. E sotto la lastra [erano] le loro ali, di cui due stese ognuna verso l’altra, e due a coprire il corpo. Udii il suono delle loro ali come il suono di acque in tempesta, come un suono potente mentre si muovevano, un suono tonante, come il suono di un esercito; quando stavano fermi, piegavano le ali. Si udì una voce dalla lastra che era sopra le loro teste, quando stettero fermi con le ali piegate. Dall’alto della lastra che era sopra le loro teste [qualcosa] che sembrava pietra di zaffiro simile ad un trono e su quello che sembrava un trono una figura dall’apparenza di un uomo sopra di esso, in alto. Vidi come dell’ambra come fuoco tutto intorno da ciò che sembravano i suoi lombi in su, [mentre] da ciò che sembravano i suoi lombi in giù vidi come un fuoco che splendeva tutto intorno. Come l’arco che è fra le nuvole nel giorno di pioggia, così sembrava splendere intorno: questo era l’apparire della sembianza della gloria di YHWH e vidi e caddi sulla mia faccia e udii la voce parlare. […]

Mi sollevò un vento e sentii dietro di me una voce potente: «Benedetta la gloria di YHWH dal suo luogo». [Udii inoltre] il rumore delle ali degli esseri viventi che si toccavano l’un l’altra, il rumore delle ruote presso di loro ed un grande fragore. Ed un vento mi sollevò, mi prese e andai, amaro nel profondo del mio spirito, ma la mano di YHWH era forte su di me. Arrivai fra i deportati di Tel Aviv che abitavano presso il fiume Chebar e risedetti dove risiedevano loro e stetti con loro per sette desolati giorni.

Il testo prosegue con la consacrazione di Ezechiele a sacerdote e con il racconto di altre visioni, fra cui quella di una valle in cui degli scheletri sepolti si rianimano e ritornano in vita, ritornando a essere corpi completi, cioè ricoperti di carne, vasi sanguigni, pelle, ecc.

Per inciso, il termine che ho qui tradotto come “lastra” è l’ebraico raqi‘a, che generalmente indica il firmamento, che nella cosmologia biblica era immaginato come una lastra di bronzo stesa da un capo all’altro della terra e che separava il cielo superiore e quello inferiore. Da ciò deriva peraltro il fatto che il termine per “cieli”, šamayim, è di forma duale. A proposito, se fosse vero che la Bibbia contiene il resoconto di un contatto con civiltà avanzate, com’è che contiene una cosmologia così primitiva che sembra in tutto e per tutto il frutto dell’immaginazione di gente che non possiede particolari conoscenze sulla natura del nostro pianeta e del cosmo?

Fatta questa premessa (e chiusa questa parentesi), ora analizziamo brevemente i diversi modi in cui può essere interpretato il passo che narra la visione di Ezechiele.

L’interpretazione teologica

Col rischio di banalizzare, un’interpretazione in senso teologico potrebbe essere quella secondo cui Dio si manifestò al profeta per assegnargli dei messaggi da riferire al popolo di Israele in esilio, come si può evincere se si legge tutto il contesto della visione, che invito nuovamente ad andare a consultare.

Il testo racconterebbe quindi un episodio della storia della salvezza in cui Dio manifestò la sua vicinanza al popolo di Israele, consegnando dei messaggi di speranza tramite un intermediario prescelto.

Questa interpretazione si fonda su diversi assunti, fra i quali:

  1. Dio esiste;
  2. Dio si è manifestato nella storia;
  3. il racconto di Ezechiele è un resoconto di fatti reali.

Da queste premesse, si potrebbe quindi concludere che il racconto si riferisce a un episodio della storia della salvezza, in cui Dio si è manifestato, intervenendo nella storia, per consegnare un messaggio al profeta.

È opportuno però ricordare che, per giungere a questa conclusione, è necessario partire da alcuni presupposti a priori, alcuni dei quali sono dichiaratamente materia di fede, per cui non c’è molto da discutere.

L’interpretazione paleoastronautica

Un’interpretazione che si è imposta nel secolo scorso (per cui si veda la storia della paleoastronautica, parti 1, 2, 3 e 4) è quella che considera il brano come il resoconto di un incontro avvenuto in passato con civiltà tecnologicamente avanzate, provenienti da altri pianeti.

Questo brano è infatti uno dei preferiti dai vari autori di paleoastronautica, che lo hanno interpretato come il resoconto di un avvistamento di UFO. Certamente il riferimento alle ruote avrà acceso la fantasia di questi interpeti che vi avranno visto dei dischi volanti, a partire dalle opere del matematico russo Matest Agrest (1915-2005), che cominciando a occuparsene nel 1961, divenne uno dei primi autori della paleoastronautica. Se ne occupò anche il condannato per truffa e plagio Erik von Däniken, che ispirò Josef F. Blumrich (1913-2002), ingegnere NASA, a scrivere nel 1974 il libro Da tat sich der Himmel auf, la cui traduzione inglese apparve nello stesso anno, con la copertina riportata in apertura a questo articolo. Come, troppo spesso accade, le idee nella tradizione paleoastronautica sono dure a morire e questa non fa eccezione, dato che, negli ambienti paleoastronautici, viene ancora ripetuto in modo acritico che Ezechiele abbia visto delle astronavi.

Come l’interpretazione teologica, anche questa, però, si basa su alcuni presupposti di fondo, anche se ovviamente diversi. In questo caso, i presupposti sono:

  1. siamo venuti in contatto con civiltà tecnologicamente avanzate;
  2. questo contatto è stato messo per iscritto in alcuni testi sacri;
  3. il racconto di Ezechiele conserva memoria di uno di questi incontri e quindi rappresenta un resoconto di fatti realmente accaduti;
  4.  l’autore non capiva bene ciò che ha visto e ha quindi interpretato il tutto nei modi e nei termini a lui più familiari.

A differenza dell’interpretazione teologica, quella paleoastronautica pretende di porsi in modo scientifico, ed è quindi discutibile con i metodi scientifici. Applicando questi ultimi, risulta non solo discutibile, ma proprio smontabile punto per punto.

Innanzitutto, non abbiamo le prove per poter affermare che sia avvenuto un contatto con civiltà extraterrestri. Fu presentata come ipotesi sin dagli esordi della paleoastronautica, principalmente con Carl Sagan e Iosif Shklovskii negli U.S.A. e Louis Pauwels e Jacques Bergier in Europa, che ipotizzavano che i testi sacri fossero la prova di questo presunto contatto.  Il problema di questa ipotesi è che scade fin troppo facilmente nella petizione di principio, cioè una forma di ragionamento circolare che, invece di partire in modo lineare da una premessa e giungere a una conclusione, finisce per dimostrare la tesi con l’ipotesi.

Per esporre la questione in modo più schematico, una normale teoria è valida se procede in questa maniera:

premessa > ragionamento > conclusione

Nell’approccio paleoastronautico, invece, la premessa si confonde con la conclusione che si vuole dimostrare.

Si parte con l’ipotesi che degli esseri provenienti da altri pianeti ci avrebbero visitato in passato e si ipotizza anche che alcuni testi ritenuti sacri sarebbero la prova di questo contatto. Se i testi sono interpretati in una certa maniera e scartando le parti che risultano scomode, allora si deduce che degli esseri provenienti da altri pianeti ci hanno visitato in passato e i testi sacri sono la prova di questo contatto. Ma questa conclusione era in realtà la premessa di partenza, come si vede nei testi già citati di Shklovskii & Sagan e di Pauwels & Bergier.

Non solo la premessa e la conclusione coincidono, ma è sbagliato anche il procedimento in cui si passa da una all’altra (o meglio in cui si ritorna al punto di partenza): secondo i sostenitori del paleocontatto, gli autori antichi avrebbero interpretato con termini a loro familiari ciò che non riuscivano a capire e a spiegarsi, ma questo solleva a sua volta diverse obiezioni. Innanzitutto, affermare che l’autore, pur avendo scritto una parola ne intendesse in realtà un’altra, è un ottimo pretesto per far dire al testo quello che si vuole. Inoltre, che l’autore non potesse esprimersi come voleva è un assunto a priori, perché spesso niente nei testi sembra suggerire una difficoltà del genere. Ezechiele stesso non dice di vedere degli oggetti simili a esseri con quattro facce, anzi li chiama più volte esseri viventi e dice che avevano letteralmente quattro volti e altre parti di animali. Tanto più che nell’ebraico biblico concetti come “essi vengono da lontano” o “essi vengono da un altro pianeta che gira intorno a quella stella” oppure “essi vengono dal futuro” sono perfettamente esprimibili, quindi non si capisce perché i testi antichi sarebbero sempre lineari quando devono parlare di tutt’altro ma improvvisamente smetterebbero di esserlo solo quando parlerebbo di contatti alieni.

Inoltre, perché tutti i brani di paleoastronautica che costituirebbero delle prove di un paleocontatto richiedono di esseri letti per forza in una certa maniera, che è sempre diversa da quella normale?

E poi, perché se un autore antico ha visto qualcosa che non riesce a capire questa dev’essere per forza un disco volante?

Oppure, com’è che, secondo i paleoastronautici, ogni volta che un testo antico parla di un oggetto volante si deve assumere che sia un velivolo extraterrestre? Si esclude a priori che gli antichi potessero inventarsi qualcosa di volante?

Una spiegazione può ritenersi valida solo se risponde a tutte le questioni aperte. Invece quella paleoastronautica non solo non risponde in modo sufficiente alle domande che pone il testo, ma ne crea altre del tutto non necessarie, come quelle appena presentate. L’ipotesi paleoastronautica, quindi, è scartata dal mondo accademico non perché è scomoda, ma perché, invece di spiegare, pone molte più questioni ipotetiche di quelle che risolverebbe.

Inoltre l’obiezione per cui Ezechiele non comprendeva ciò che vedeva e lo ha interpretato in termini a lui familiari si può tranquillamente rigirare al paleoastronautico di turno: e se fosse invece proprio il lettore del XX-XXI secolo, dopo aver “visto” sin da piccolo i dischi volanti al cinema o nei fumetti o nei cartoni animati, trovandosi davanti a un testo poco comprensibile, cerca di spiegarlo con i termini che sono a lui più familiari?

In altre parole, e se non si stesse invece accusando gli autori antichi di una propria mancanza?

Per fare un esempio concreto, torniamo a Ezechiele. Lo stesso Blumrich cade in questo errore, sin dalla seconda pagina del suo The Spaceships of Ezekiel:

Lacking any applicable experience as he did, Ezekiel often had to resort to figurative descriptions to be able to report at all he had seen. Such figurative description is confusing and mysterious so long as one knows nothing of the underlying reality. However, when we penetrate those pictures, we see immediately a suprisingly clear report, free of contradictions. One is then able to also recognize, so to speak, direct and uncoded parts of the report and to comprehend their significance.

Mancando di ogni esperienza in merito, Ezechiele spesso ha dovuto ricorrere a descrizioni figurative per poter raccontare tutto ciò che ha visto. Questa descrizione figurativa è confusa e misteriosa fintantoché uno non conosca niente della realtà sottostante. Comunque, quando penetriamo in queste immagini, vediamo immediatamente un resoconto sorprendentemente chiaro e privo di contraddizioni. Si può quindi riconoscere, per così dire, parti dirette e non codificate del resoconto e di comprenderne il significato.

L’errore metodologico commesso da Blumrich è quindi quello di voler vedere per forza ciò in cui lui ha più familiarità, cioè le astronavi, decontestualizzando gli elementi del testo e ignorandone altri. Per forza il quadro che emerge alla fine risulta perfetto e coerente!

Purtroppo per lui, però, è un dato di fatto che il testo parli non di eliche e turbine, ma di esseri animali con quattro facce, ali e zoccoli di animali. Se si vuole provare a capire un testo, si deve partire da quello che dice, non da quello che si vorrebbe che dica.

Invece Blumrich assume, senza portarne le prove, che Ezechiele abbia visto un’astronave e che l’abbia descritta con altri termini. Verrebbe da chiedere a Blumrich come faccia ad affermare certe cose con tanta certezza, dato che l’autore stesso non dice di stare usando altre parole per descrivere oggetti a lui sconosciuti.

Sempre a pag. 2, Blumrich scrive, infatti, con molta sicurezza:

Ezekiel begins his book with the description of the final phase of a spaceship’s descent from a circular orbit to the eart and of its subsequent landing.

Invito il lettore a rileggere il brano di Ezechiele riportato in apertura o anche una qualsiasi altra traduzione a piacere e lo invito a mostrare dove Ezechiele avrebbe descritto «la fase finale della discesa di un’astronave da un’orbita circolare intorno alla Terra e il successivo atterraggio». Dove si parla, nel testo, di un’orbita circolare intorno alla Terra? Dove si nominano delle eliche o propulsori, quando nel testo si parla di ruote ed esplicitamente di parti di animali? Blumrich può essere stato pure un ingegnere della NASA e probabilmente è stato anche molto bravo e competente nel suo lavoro, ma ciò non toglie che possa aver proiettato nel testo cose che non ci sono e che abbia voluto vedervi solo ciò che gli è più familiare.

Blumrich, inoltre, non presenta alcuna prova filologica o testuale per il fatto che quei termini, solo in quel punto, significhino altro rispetto a ciò che significano tutte le altre volte in cui appaiono, il che rende ancora meno credibile la sua ipotesi: perché proprio in quel punto e solo in quel punto, cioè proprio dove fa comodo all’interpretazione paleoastronautica, quei termini devono significare altro?

Siamo quindi davanti a una sorta di profezia che si autoavvera: «se togliamo i riferimenti agli animali e intepretiamo “zoccoli” come “turbine” e “cherubini” come “alieni” allora la visione del carro di Ezechiele parla di UFO». Siamo davanti a un classico esempio di ragionamento circolare.

La questione dell’interpretazione paleoastronautica si può riassumere parafrasando le stesse parole che Blumrich rivolge a Ezechiele:

Mancando di ogni esperienza [nel campo della storia del Vicino Oriente antico, nonché nell’esegesi e nel metodo storico-critico], il sostenitore della paleoastronautica spesso ha dovuto fare ricorso a[ll’ipotesi] di descrizioni figurative, in modo da poter descrivere quello che crede di leggere nel testo.

Le descrizioni di Ezechiele sono confuse e misteriose fintantoché uno non sa niente della realtà sottostante ad esse [vale a dire il contesto culturale che ha prodotto quel testo]. Comunque, quando penetriamo in queste immagini [appunto studiandone il contesto storico-culturale], vediamo un resoconto sorprendentemente chiaro e privo di contraddizioni. Si è quindi in grado di riconoscere, per così dire, le parti dirette e non codificate del resoconto e di comprenderne il significato.

E cosa viene fuori una volta studiandone il contesto storico?

L’interpretazione storico-critica

La lettura storico-critica di un testo consiste nell’interpretarlo unicamente attraverso il contesto storico in cui appare e non tramite le proprie idee preconcette. Mentre le altre due interpretazioni che abbiamo visto prima partono da presupposti, quella storico-critica cerca di trarre conclusioni riducendo il più possibile le ipotesi. Come ho già scritto in un precedente articolo dedicato al metodo di indagine storica accademica, ogni spiegazione è quindi fatta per quanto possibile basandosi sui dati a disposizione, e non appoggiandosi invece ad ulteriori ipotesi.

A meno che non si abbiano dei motivi ideologici ben precisi a monte, anche la Bibbia può essere analizzata allo stesso modo con cui si studia un qualsiasi altro testo. In questo modo, risulta che gran parte dei testi non è stata intesa per essere presa alla lettera, ma che la funzione di molti libri biblici è quella di presentare un’ideologia con cui unire una popolazione e legittimare la casta sacerdotale.

Torniamo, quindi, alla visione di Ezechiele e vediamo che l’autore stesso si presenta come figlio di un sacerdote e che ricevette la sua visione mentre era nell’esilio Babilonese. Questa visione, come le altre del contesto, si concludono con un messaggio di speranza da parte di YHWH verso la parte della popolazione ebraica in esilio in Babilonia.

Ora, la deportazione in Babilonia era il risultato di un assalto da parte dei babilonesi, che comportò anche la distruzione del Tempio di Gerusalemme, il luogo sacro per l’Ebraismo nell’antichità e che era presentato come la dimora fisica della divinità. La distruzione del Tempio implicò, fra le altre cose, anche che la casta sacerdotale non avesse più motivo di esistere. Nel testo di Ezechiele, invece, abbiamo un sacerdote che dice che YHWH gli è apparso – addirittura fuori dal Tempio e fuori dalla Terra promessa! – per affidargli un messaggio di speranza per il suo popolo affranto.

Quindi abbiamo un sacerdote che dice, tra le righe, che il Dio di Israele continua a servirsi di lui come tramite per la popolazione. Dietro il testo sembra quindi esserci un’operazione di autolegittimazione della casta sacerdotale in un periodo storico in cui il Tempio non esisteva più e quindi, lo si ribadisce, essa non aveva motivo di esistere. Inoltre, la descrizione di esseri alati con teste umane, di leone, di aquila e di bue è peraltro coerente con l’immaginario iconografico presente nel contesto in cui scrive l’autore del testo, ed è quindi facilmente spiegabile con un normalissimo contatto culturale, senza dover necessariamente proiettarvi significati che appartengono solo a noi.

Questa è un’ipotesi? Certo. È, però, un’ipotesi basata solo sui dati di fatto e su tutti gli elementi che abbiamo a disposizione, quindi non appoggiandosi su altre ipotesi non dimostrate e soprattutto non scartando i dati scomodi, come fa la paleoastronautica nel momento in cui ignora che il testo parli di esseri animali. In questo senso, come ipotesi interpretativa, risulta più forte, finché, ovviamente, non appariranno altre prove. Uno dei vantaggi di questa ipotesi, rispetto alle altre due, è che non richiede (o non presume) che il testo sia un resoconto di fatti reali. Anche perché, se si dovesse prendesse automaticamente per buono tutto ciò che trova scritto sui testi antichi, non si capirebbe più niente.

Quindi, come decidere a quali testi credere e a quali no? La differenza, ancora una volta, la fanno le prove. Ciò che uno storico sa e che Sagan e Shklovskii, da astrofisici, e Blumrich, da ingegnere, non sapevano, è che una cosa scritta su un testo, per quanto antico, non costituisce necessariamente una prova. Assumere a priori che la Bibbia dica il vero è una delle tante cose che avvicina l’approccio paleoastronautico a quello teologico e che distanzia i due da quello storico-critico, che è basato sulle prove, non su dogmi, siano essi dichiarati oppure mascherati da “semplici ipotesi per liberi pensatori con la mente aperta”.

Come interpretare quindi la Bibbia?

Ovviamente, ognuno è liberissimo di interpretarla come vuole, a seconda delle proprie convinzioni e priorità: se si sceglie di basare le proprie convinzioni solo sulle prove e di selezionare le spiegazioni che richiedono meno ipotesi possibile, allora il metodo storico-critico resta la scelta più adatta e, al momento, la più obiettiva. Le altre due interpretazioni risultano non necessarie, perché entrambe richiedono, come abbiamo visto, l’appoggio su ulteriori ipotesi di partenza.

Ciò che importa è che si sappia di operare una scelta e lo si faccia quindi con cognizione di causa e ci si prenda la responsabilità di questa scelta e non si dia per scontata che sia l’unico modo possibile.

Troppo spesso l’intepretazione paleoastronautica è considerata come una semplice ipotesi che potrebbe essere presa in considerazione se si aprisse la mente.

Il problema, però, è che presumere, anche solo per ipotesi, che la vera interpretazione di un testo sia proprio quella fornitaci grazie a ciò che noi abbiamo visto sin da piccoli nei film, a me sembra che sia tutto l’opposto dell’apertura mentale. Anzi, è proprio il rigettare le spiegazioni degli specialisti e liquidarle a priori, senza neanche averle approfondite, come dovute a chiusura mentale, è, ironia della sorte, vera e propria chiusura mentale.

Gli specialisti, molto più degli autori “alternativi”, conoscono i contesti culturali che hanno prodotto i testi e inoltre tengono conto di tutte le spiegazioni possibili e le selezionano in base a quanto sono più vicine ai dati concreti e alla realtà della cultura che ha prodotto il testo. Gli autori “alternativi”, invece, hanno ogni interesse a rendere le proprie teorie quanto più uniche e sensazionalistiche possibile e interpretare i testi quanto più possibile secondo l’orizzonte culturale dei lettori, in modo da rendere i loro scritti più familiari e più accattivanti. Il che non vuol dire affatto “più validi e più vicini alle intenzioni degli autori originari”, anzi spesso ne è l’esatto contrario.

8 risposte a "La visione di Ezechiele e i diversi modi di interpretare la Bibbia"

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  1. AH AH AH AH AH AH AH da morire dal ridere. QUindi uno dovrebbe credere all’interpretazione teologica che in pratica risulta credibile come le favole per bambini o al limite come al racconto di uno che si é strafatto di droghe allucinogene. MA per favore siete oltre il ridicolo

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