La ricerca storica accademica e le (enormi) differenze con quella “di confine”

È atteggiamento comune fra chi si occupa di “teorie alternative” (soprattutto fra gli autori) quello di disprezzare spesso il mondo accademico, salvo poi utilizzarlo altrettanto spesso come fonte autorevole quando gli stessi vogliono dar rilievo alle proprie ipotesi. Forse sarò stato fortunato io e forse sarà perché i dipartimenti in cui ho studiato erano ambienti piccoli e di nicchia e quindi non tendevano ad aggregare gente attratta solo dal potere, ma, invece che parrucconi chiusi di mente e interessati a nascondere la verità, come spesso vengono dipinti i docenti da parte degli “alternativi”, ho incontrato, e incontro ancora, gente entusiasta e appassionata della materia di cui si occupa e che poi è riuscita, in molti casi, a trasmettere quella passione, stimolando l’interesse negli studenti e soprattutto incoraggiando l’elaborazione personale dei temi trattati.

Proprio quest’ultimo è il punto fondamentale: la spinta a sviluppare lo spirito critico e l’indipendenza di pensiero. Il mondo accademico viene dipinto come chiuso, dogmatico e ottuso, infatti, solo da chi non l’ha mai vissuto o da chi ha tutto l’interesse affinché si dipinga in luce negativa chi non la pensa come lui. Nell’università invece sono fortemente incoraggiati la ricerca personale e l’esercizio dello spirito critico, e la cosa è facilmente dimostrabile: se così non fosse, infatti, che senso avrebbe richiedere obbligatoriamente che il singolo studente e il singolo dottorando presentino, per poter concludere il proprio ciclo di studi, una tesi basata sulla ricerca individuale? Nel caso dei dottorandi, in particolare, il requisito fondamentale per l’ammissione alla discussione della tesi è che questa presenti qualcosa di nuovo e faccia quindi avanzare la ricerca rispetto allo stato attuale delle conoscenze. Tutto ciò è tranquillamente documentabile come strutturale all’interno dell’università stessa, come dimostrano le leggi e i regolamenti (pubblici) in materia. Quindi, che nelle università siano incoraggiati il libero pensiero e l’avanzamento della ricerca è innegabile.

Certo, si sentono sempre brutte storie di baroni – quello universitario non è certo un ambiente idilliaco – ma quelli sono appunto abusi che avvengono contravvenendo alle leggi, all’etica e anche ai regolamenti interni e che quindi non sono affatto strutturali nel sistema.

Prove vs. ipotesi

Quindi, anche se il mondo accademico non è tutto rose e fiori, la ricerca resta tuttavia la prima a mettersi in discussione nel momento in cui appaiono nuove prove. Per far ciò, è del tutto naturale formulare prima nuove ipotesi. Le nuove ipotesi sono pertanto incoraggiate nel mondo accademico, purché siano supportate da prove, altrimenti restano, quando va bene, semplici ipotesi. Nel momento in cui  vengono presentate le prove, allora queste cessano di essere ipotesi e il mondo accademico si adatta alle nuove scoperte, così come ha sempre fatto, per cui basti vedere il recente caso emblematico di Göbekli Tepe, su cui il mondo accademico, prove alla mano, non ha esitato a riscrivere la preistoria e retrodatare gli inizi della civiltà.

Le ipotesi vengono scartate a priori solo quando contraddicono quello che già si sa e “quello che già si sa” non sono altre ipotesi o la narrativa dominante, come spesso dicono gli autori non accademici, ma è quello che emerge in modo inequivocabile dai documenti, siano essi testi, epigrafi, resti archeologici, insomma prove concrete. Chi dipinge il mondo accademico come monolitico, non solo non è mai stato, evidentemente, a una riunione di dipartimento o a un qualsiasi collegio docenti, ma non ha idea di quanto aperto sia il dibattito su molte questioni. Lungi dall’essere un difetto strutturale, la differenza di opinioni non può che risultare in un avanzamento della ricerca. Oltre alle questioni dibattute, tuttavia, vi sono anche moltissimi dati certi, su cui i riscontri oggettivi sono troppi per poter essere messi in discussione.

Riscontri oggettivi che spesso sono ignorati o distorti dagli autori di pseudostoria. Il problema principale delle teorie non accademiche (e chi vi scrive ne ha viste di tutti i colori da vent’anni a questa parte, per cui si rimanda al post di presentazione), è sempre, invariabilmente, una questione di metodo.

I metodi di studio e di ricerca nelle università

Nella ricerca universitaria, infatti, invece che essere indottrinati in modo acritico, si impara prima di tutto il metodo di studio, che è qualcosa di più profondo rispetto alla banale lettura di libri ed è qualcosa di più della semplice raccolta di informazioni, come accade invece quando ci “si informa” sugli studi “di frontiera”. Uno studente, infatti, prima sviluppa un proprio metodo di studio personale, poi impara come ordinare le varie nozioni raccolte in una struttura articolata e infine le rielabora in modo da poterle presentare in modo organico e coerente al fine di sostenere l’esame finale. Il metodo di studio lo si sviluppa, tra l’altro, su diverse discipline, dato che i corsi di laurea generalmente prevedono lo studio in corsi diversi e complementari: ad esempio lingua, filologia, storia, antropologia, e così via.

Dopo aver imparato a studiare e a comunicare quanto studiato, se poi si ha la voglia e la possibilità di accedere al dottorato, si impara come si fa ricerca. Quest’ultima, almeno nell’ambito storico, che è quello che conosco in prima persona, si divide in due parti: la prima è sulle fonti, la seconda sulla letteratura secondaria, vale a dire la ricerca già fatta da altri sulla stessa fonte.

Quella sulle fonti consiste nel reperirle, nello studiare bene le lingue in cui sono state composte e nel collocarle nel loro contesto storico-culturale. Quest’ultima operazione è fondamentale per avvicinarsi il più possibile al significato originario del testo.

Il contesto è ciò che determina il senso di una parola, di una frase o di un intero testo.

La seconda fase della ricerca storica consiste nell’esaminare la letteratura secondaria e analizzarla in modo critico, purché si motivino le proprie ipotesi, basandole quanto più possibile sulle fonti stesse o su dati certi. Ovviamente, una confutazione in blocco di tutta la letteratura secondaria è estremamente improbabile, perché è incredibilmente difficile che si siano sbagliati tutti gli studiosi sull’argomento. Comunque, anche la letteratura secondaria viene collocata nel proprio contesto culturale: una lettura di un testo antico fatta da uno studioso dell’Ottocento può essere, infatti, molto diversa da una fatta nel Novecento, visto che ogni autore, volente o nolente, appartiene a un ambiente culturale. Lo studioso deve quindi tenere conto non solo dell’ambiente culturale del testo di riferimento, ma anche di quello degli studiosi precedenti e, infine, cosa che non è certo da meno, anche del proprio: è infatti opportuno che a un certo punto ci si interroghi anche sulla propria cultura di provenienza e di quanto questa possa influenzare la propria interpretazione.

Dopo tutto questo lavoro, se le ipotesi vengono confermate dai dati, allora lo stato delle ricerche su quell’argomento è avanzato di un passo e la tesi di dottorato è giudicata tanto più valida quanto più ha fatto avanzare lo stato della ricerca, anche se dovesse riaprire, prove alla mano, questioni che si ritenevano chiuse.

Come si può vedere, la ricerca accademica privilegia quindi non determinati dogmi indiscutibili imposti dall’alto, come sostengono i “ricercatori di confine”, ma, all’esatto opposto, fornisce al discente ogni mezzo possibile per l’elaborazione personale delle idee, purché si attenga a un metodo rigoroso basato il più possibile sui dati oggettivi. Le ipotesi nuove, pur incoraggiate, sono tanto più accettate quanto meglio sono dimostrate con criteri universali: un loro eventuale rifiuto ha luogo non per la novità in sé, ma solo se esse non sono sufficientemente suffragate da prove o, peggio, se contraddicono i dati fattuali. Se contraddicono teorie già esistenti, non sono rifiutate a priori, ma sono anzi accettate, purché presentino prove convincenti.

Questi sono gli standard a cui si deve attenere una ricerca fatta seriamente.

L’approccio pseudostorico alle fonti

Le teorie “alternative” (da ora in poi chiamate “pseudostoriche”), al confronto risultano molto più superficiali, come si vedrà in modo più approfondito in quest’altro articolo. Qui basti riassumere l’interpretazione paleoastronautica (e pseudostorica in genere) in questa maniera: viene riscontrata in una descrizione o in una raffigurazione antica ciò che ricorda un oggetto o un fenomeno tipico della nostra epoca e da lì si desume che vi fossero civiltà tecnologicamente avanzate anche in passato, magari di origine extraterrestre. Dei classici della paleoastronautica sono il presunto oggetto volante della visione di Ezechiele o i Vimana, una presunta esplosione atomica, l’esistenza di Atlantide, ecc.

In genere, la pseudostoria tende a prendere in modo letterale delle fonti che non è detto affatto che siano intese come tali dai loro autori, quando invece non abbiamo nessuna prova concreta per affermare che fossero resoconti di fatti veri. In più le fonti vengono interpretate tramite le nostre categorie di pensiero e proiettandovi sopra dei significati che ci sembrano verosimili solo perché sono più familiari a noi.

Rispetto al metodo storico tratteggiato più sopra, questo modo di procedere risulta quindi estremamente superficiale e totalmente inaffidabile, perché non richiede nessuna attenzione al contesto, anzi fa sì che alcuni particolari di alcune fonti vengano tolti dal loro contesto originario e calati di forza nel contesto culturale di chi legge, che viene dato per scontato e non viene mai messo in discussione. Tutto ciò porta per forza di cose a dare l’impressione che il testo stia confermando l’idea di partenza. Leggere il primo capitolo di Ezechiele e dedurre che il carro volante lì descritto era un UFO vuol dire ignorare totalmente il contesto del brano e alcuni particolari quali le sembianze animali dei cherubini, che farebbero escludere la loro provenienza extraterrestre. In ogni interpretazione paleoastronautica di un brano o di una raffigurazione ci sono sempre numerosi particolari che vengono scartati dagli autori senza altro motivo apparente se non quello che sono scomodi all’ipotesi di partenza.

Insomma, togliere un brano dal suo contesto e calarlo a forza nel proprio è quanto di più profondamente scorretto si possa fare se si vuole cercare di comprenderne il vero significato. Inoltre, così si può solo rimanere nel campo delle ipotesi, ma si è ancora lontani dal dimostrare con prove certe. Inoltre queste ipotesi, ripetute fino al punto di autosuggestionarsi, possono dare l’illusione di avere ragione, ma resta un’impressione soggettiva che può essere confortante, ma ciò è l’esatto opposto dell’oggettività che si cerca di raggiungere con un approccio più metodico basato sulle prove.

12 risposte a "La ricerca storica accademica e le (enormi) differenze con quella “di confine”"

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  1. mi compiaccio e sottoscrivo.
    trovo particolarmente importante la distinzione che fai, più o meno esplicitamente, tra logiche congetture e costrutti fantastici. potrebbe sembrare banale, ma tale distinzione può risultare alquanto elusiva in certi contesti. la differenza fra i due sta per l’appunto nella *falsificabilità*. mentre le prime sono soggette infatti ai vincoli imposti dalle regole della logica induttivo-deduttiva, gli ultimi risultano essenzialmente incontrovertibili in quanto esenti da tali vincoli.

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    1. «trovo particolarmente importante la distinzione che fai, più o meno esplicitamente, tra logiche congetture e costrutti fantastici»

      Hai perfettamente ragione, alla fine il criterio è esattamente quello, vale a dire quando una determinata ipotesi è basata sulla realtà e quando invece è un’opera di fantasia totalmente campata in aria.

      Perché le ipotesi non sono tutte uguali: ci sono quelle basate sui dati di fatto e sulla logica, che sono quelle privilegiate negli ambienti accademici, e quelle invece basate o su altre ipotesi o su quanto si è letto e visto nelle opere di fantascienza, come è il caso della paleoastronautica, ad esempio.

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