Breve storia della paleoastronautica (prima parte)

Introduzione

Per “paleoastronautica” si intende la credenza per cui il nostro pianeta sarebbe stato visitato da esseri provenienti da altri mondi, i cosiddetti antichi (in greco “paleo-“) astronauti. Di solito i sostenitori di questa teoria ritengono anche che questi presunti astronauti siano stati scambiati per divinità dalle antiche popolazioni con cui vennero in contatto, le quali conservarono un ricordo di tale incontro nei loro testi, che furono poi considerati sacri.

Essa è ben distinta dal semplice credere che esista vita su altri pianeti. Si può infatti benissimo ritenere di non essere soli nell’universo, cosa che praticamente certa da un punto di vista puramente matematico, ma un’altra cosa è credere di essere stati visitati e che i testi sacri parlino di questi presunti incontri.

In questa serie di quattro articoli, quindi, non si metterà affatto in discussione l’esistenza di vita su altri pianeti, ma si esaminerà la genesi dell’ipotesi paleoastronautica, se ne analizzeranno gli errori metodologici fondamentali, si mostreranno le mistificazioni deliberate su cui si basa e infine vedremo le valide ragioni per cui non è presa in considerazione nel mondo accademico.

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Una delle prime raffigurazioni di un disco volante, anno 1929 (da Wikimedia Commons)

In principio era Lovecraft

L’idea secondo cui la Terra sarebbe stata visitata in passato da esseri provenienti da altri mondi, che sarebbero poi stati scambiati per divinità, appare per la prima volta accennata ne La dottrina segreta di Helena Petrovna Blavatsky e nell’opera di Charles Fort (1874-1932). La prima era una sedicente medium e il secondo dedicò la sua vita alla raccolta di fatti misteriosi e insoliti.

A contribuire a rendere popolare l’idea per cui le divinità del passato furono esseri di altri mondi fu lo scrittore statunitense Howard Phillis Lovecraft (1890-1937). Egli creò un nuovo sotto-genere di horror, in cui raccontava di una serie di esseri cosmici provenienti dallo spazio, i Grandi Antichi (“The Great Old Ones”) che, una volta giunti sulla Terra in illo tempore, divennero oggetto di culto da parte dei terrestri primitivi. La mitologia da lui composta raccontava, oltre che di varie divinità aliene, di un libro  noto come Necronomicon, che l’autore immaginava composto da un personaggio, sempre di sua invenzione, dal nome di Abdul Alhazred, un arabo che poi sarebbe impazzito davanti alle verità che aveva portato alla luce. A un certo punto alcuni lettori cominciarono a richiedere alle biblioteche e alle librerie una copia del Necronomicon, e Lovecraft stesso, ogni volta che glielo si chiedeva, ribadiva che sia il terribile testo, sia l’autore, sia le varie entità maligne nominate nei suoi libri erano solo creature della sua immaginazione, come rivela in una lettera a William Frederick Anger (datata 14 Agosto 1934):

Regarding the dreaded Necronomicon of the mad Arab Abdul Alhazred—I must confess that both the evil volume & the accursed author are fictitious creatures of my own—as are the malign entities of Azathoth, Yog-Sothoth, Nyarlathotep, Shub-Niggurath, &c.  […].

Di seguito nella stessa lettera, Lovecraft fa riferimento ad altri autori che con lui si divertivano a citarsi a vicenda: ognuno di essi inseriva occasionalmente, nelle proprie storie, le divinità e gli esseri sovrannaturali degli altri, per ambientarli in un unico universo fittizio. Lovecraft e i suoi colleghi tenevano a precisare, a chiunque richiedesse ulteriori informazioni sugli esseri da loro menzionati, che le mitologie da loro create erano frutto di pura finzione (grassetto mio):

We never, however, try to put it across as an actual hoax; but always carefully explain to enquirers that it is 100% fiction.

Da essere state dichiarate espressamente “100% finzione”, queste idee, tuttavia, cominciarono ad essere gradualmente considerate sempre più verosimili, fino raggiungere lo status, da parte dei sostenitori più accaniti, di verità che sarebbero state occultate dai poteri forti (religioni, stati, ecc.). Ma procediamo con ordine e vediamo in breve come e perché ci fu questa graduale evoluzione.

La Guerra Fredda

Un paio di anni dopo la morte di Lovecraft, scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, alla quale seguì, come è risaputo, un periodo di malcelata ostilità, per fortuna mai sfociata in veri e propri conflitti armati, fra due blocchi contrapposti di nazioni, capeggiati dagli Stati Uniti d’America, da un lato, e dall’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, dall’altro.

Fu in questo clima che la paleoastronautica conobbe la sua fioritura. Essa si sviluppò in diversi aree, più o meno indipendenti: una negli U.S.A., una nell’Europa occidentale e l’altra nel blocco sovietico e in Cina.

È quantomeno curioso che l’anno che la maggior parte degli storici identificano con l’inizio della Guerra Fredda, il 1947, è lo stesso anno in cui si verificò sia il primo avvistamento di dischi volanti, sia anche il presunto schianto di uno di essi a Roswell, nel Nuovo Messico. Il primo avvistamento riportato, infatti, fu quello di Kenneth Arnold nel 24 Giugno e, appena pochi giorni dopo, l’8 Luglio, fu emanato il comunicato secondo cui un oggetto volante non identificato si sarebbe schiantato nei pressi di una base americana. Ormai, a distanza di decenni, ora che la Guerra Fredda è finita da un pezzo, l’oggetto volante è stato identificato: si trattava di uno strumento che faceva parte del progetto Mogul, un’operazione di spionaggio statunitense che impiegava palloni sonda per rilevare attività nucleari in territorio sovietico (Olmsted 2009, p. 183). Al primo avvistamento di Kenneth Arnold seguì una sorta di isteria collettiva in cui si moltiplicarono gli avvistamenti o presunti tali di dischi volanti e probabilmente le forze armate statunitensi approfittarono della situazione per cui, per non diffondere la notizia della caduta di un pallone sonda a fini di spionaggio, preferirono far circolare la versione secondo cui a schiantarsi fu un disco volante.

Comunque, quello che per noi oggi è quasi banale, cioè l’associazione fra quegli oggetti volanti e dei presunti visitatori da altri pianeti, non era così scontata all’epoca. Uno dei proponenti piu entusiasti della teoria dell’origine extraterrestre dei dischi volanti era un uomo con la passione per la scienza, in particolare per l’astronomia e per la ricerca di vita al di fuori di questo pianeta.

Carl Sagan e Iosif Shklovskii

Carl Sagan (1934-1996), astrofisico e divulgatore scientifico, proveniva da una famiglia newyorkese di origine ebraica “secolare”, cioè non praticante, ed era appassionato di fantascienza sin da ragazzo. Una volta conseguiti gli studi in astrofisica, lo scienziato si distinse principalmente come divulgatore. È noto inoltre per aver partecipato alla realizzazione del Golden Record, in quale conteneva messaggi visuali e sonori destinati ad eventuali civiltà intelligenti nel cosmo: il disco fu infatti posto sulla sonda Voyager, che fu poi inviata oltre il sistema solare, come un equivalente spaziale di un messaggio in una bottiglia inviato a destinatari sconosciuti. Sagan partecipò anche all’ideazione del progetto SETI (Search For Extraterrestrial Intelligences) e fu autore del romanzo Contact, da cui fu poi tratto un film con Jodie Foster.

Come si è detto, fu tra i principali propositori della teoria extraterrestre come spiegazione del fenomeno dei fantomatici dischi volanti che la popolazione improvvisamente diceva di avvistare dal 1947 in poi. Va sottolineato, tuttavia, che non fu affatto il primo, come dimostra l’illustrazione riportata in apertura, che riporta la copertina di una rivista datata 1929.

Con il suo collega e correligionario di origine ucraina Iosif Shklovskii (1916-1985), pubblicò un libro, Intelligent Life in the Universe, che riscosse immediato successo grazie alla competenza e il prestigio degli autori e alla fama di divulgatore che Sagan aveva ormai acquisito negli Stati Uniti. Nell’opera, i due astrofisici trattano in generale delle ipotesi sull’esistenza di forme di vita intelligenti nell’universo e come ci si potrebbe, eventualmente, porre in contatto con esse.

I due autori stimano, calcoli alla mano, la probabilità che esistano civiltà tecnologicamente avanzate nella nostra galassia, ipotizzando un numero nell’ordine delle centinaia di milioni e stimando una distanza media da esse alla terra che varia dalle decine alle centinaia di anni luce, a seconda dei parametri a cui ci si attiene (Shklovskii e Sagan 1966, pp. 418, 451 e passim). Nel trentatreesimo capitolo ipotizzano un’eventuale visita avvenuta intorno a 25 milioni di anni fa, in cui i presunti visitatori avrebbero notato l’esistenza di una specie ominide, il Proconsul e di cui avrebbero seguito l’evoluzione, visitando la Terra in maniera sempre più frequente fino a ridurre la distanza fra una visita e l’altra in uno spazio di “soli” diecimila anni. Un’eventuale aumento della frequenza delle visite potrebbe inoltre risultare nella possibilità di un contatto fra questi ipotetici visitatori e gli esseri umani già evoluti fisicamente e culturalmente (p. 452):

But if the interval between sampling is only several thousand years, there is a possibility that contact with an extraterrestrial civilization has occurred within historical times.

Si può notare come ci si muova ancora nel campo delle ipotesi: è un periodo ipotetico («if») con una conclusione prudente: «there is a possibility». Insomma, non vi è niente di certo: vi è solo la eventualità di un incontro avvenuto nella storia, a patto che questa ipotetica civiltà, la cui esistenza è solo una probabilità, sia effettivamente venuta su questo pianeta e l’abbia fatto entro un numero di anni relativamente ristretto. E, visto che questo numero di anni relativamente ristretto è comunque nell’ordine delle migliaia, ci troviamo, quindi, di fronte a una remota possibilità basata su una serie di condizioni a loro volta ipotetiche.

Il tono cambia, tuttavia, subito dopo, quando si ipotizza che un eventuale contatto avvenuto con le civiltà passate potrebbe aver lasciato tracce nei miti, che è un assunto che diventerà poi uno dei capisaldi della paleoastronautica. Nelle pagine che seguono (pp. 453, ss.), infatti, pur essendo generalmente prudenti, selezionando cioè alcuni criteri per cui un mito possa essere considerato testimonianza di un paleocontatto o no, si lanciano in speculazioni a cui viene data l’impressione di verosimiglianza. È opportuno rimarcare come gli autori, entrambi astrofisici, non avessero competenze specifiche nelle discipline umanistiche necessarie a un corretto approccio ai miti e ai testi antichi.

Ciò che ha lasciato maggiormente traccia nella futura paleoastronautica, oltre alla ricerca degli antichi astronauti nei miti, è la loro considerazione delle civiltà mesopotamiche come privilegiate nel contatto con questi presunti esseri, di cui finora si sta solo speculando senza la minima prova.  Si afferma che Sumeri sembrerebbero apparsi dal nulla come una civiltà già formata, con un linguaggio totalmente diverso dagli altri:

We do not know where the Sumerians came from. Their language was strange […]
I feel that if Sumerian civilization is depicted by the descendants of Sumerian themselves to be of non-human origin, the relevant legends should be examined carefully. I do not claim that the following is necessarily the example of an extraterrestrial contact, but it is the type of legend that deserves more careful study.

Ciò che sappiamo, invece, è che la presenza umana è ben attestata nell’area anche diversi millenni prima dell’avvento di questo popoli. Inoltre l’archeologia ha chiaramente ricostruito il graduale sviluppo delle città e delle tecniche che si sono sviluppate nel corso dei millenni nella civiltà sumera. Non è affatto vero, quindi, ciò che affermano i due astrofisici (quindi non specialisti) sulla presunta apparizione dal nulla dei Sumeri. Inoltre il graduale sviluppo tecnologico culturale di quella civiltà è avvenuto nel corso di diversi secoli: parliamo quindi di un arco di tempo enorme, che non richiede affatto, anzi contraddice del tutto, la spiegazione esointerventista.

A ulteriore supporto delle loro ipotesi, che però, come si è appena visto, è basata su premesse sbagliate, gli autori citano diversi sigilli che secondo loro dimostrerebbero presunte conoscenze astronomiche che i Sumeri non potevano avere e, fra gli esempi, vi è il famigerato sigillo VA243 che è ormai divenuto un classico della paleoastronautica.

VA243
Il sigillo VA243. Gli elementi in alto a sinistra sono stati spesso fraintesi come il Sole e i pianeti.

Su di esso, gli autori speculano sul fatto che l’astro in alto a sinistra potrebbe rappresentare il Sole e i vari puntini i pianeti: dato che i punti sono più numerosi dei pianeti visibili a occhio nudo, vuol dire che i Sumeri possedevano, secondo gli autori, conoscenze più avanzate di quelle che pensiamo. Peccato, però, che il segno usato per rappresentare l’astro nel sigillo non abbia mai raffigurato il Sole, e che il Sole sia stato sempre interpretato con un segno diverso. L’interpretazione dei due astrofisici, che non erano affatto esperti sumerologi, è quindi totalmente sbagliata, per cui rimando all’analisi approfondita da parte del prof. Michael Heiser (in inglese). Il testo dei due scienziati riporta ulteriori esempi di sigilli mesopotamici che secondo gli autori conterrebbero particolari “impossibili” per le conoscenze dell’epoca. Ancora una volta, però, la loro interpretazione tradisce una scarsa familiarità con le culture sumera e babilonese, e quindi una scarsa comprensione delle fonti.

In seguito, Carl Sagan prese le distanze dalla teoria paleoastronautica, ma ormai il dado era tratto e queste ipotesi, da allora, circoleranno incontrollate fino ai giorni nostri, spesso date come certe, nonostante siano nate come ipotesi e mere speculazioni da parte di persone molto competenti in astrofisica, ma che hanno commesso degli errori, anche gravi, una volta usciti dal loro campo specifico.

Ciò che è emerso in questa prima parte è che un’idea, nata e dichiarata esplicitamente come 100% finzione, sia diventata un’ipotesi, anche se, come abbiamo visto, fondata solo su una stima “a spanne” e su una scarsa, se non nulla, competenza della civiltà e della cultura sumere.

Nei prossimi articoli vedremo come da ipotesi sarà poi considerata come una verità occultata e contrastata.

Bibliografia

  • Colavito 2003 = Jason Colavito, The Cult of Alien Gods: H.P. Lovecraft And Extraterrestrial Pop Culture, Prometheus Books 2005.
  • Colavito 2013 = Jason Colavito, Faking History. Essays on Aliens, Atlantis, Monsters & More, CreateSpace 2013 (ebook).
  • Olmsted 2009 = Kathryn S. Olmsted, Real Enemies. Conspiracy Theories and American Democracy, World War I to 9/11, Oxford 2009.
  • Skhlovskii e Sagan 1966 = Iosif S. Shklovskii e Carl Sagan, Intelligent Life in the Universe, Holden-Day 1966.

Sitografia

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