Perché la chiamo “pseudostoria”?


Perché chiamo “pseudostoria” le teorie cosiddette “alternative“? Perché “pseudo”? È in senso dispregiativo? Il prefisso “pseudo” viene dal greco e indica qualcosa di falso, di finto. Indica, cioè, qualcosa che finge di essere ciò che non è. E, per me, la pseudostoria è esattamente questo: qualcosa che finge di essere storia, pur non avendone le caratteristiche.

È un po’ come avere davanti un animale a cui piaccia andare in giro con la sella, le staffe, le redini e il morso, ma poi, a un attento esame, si scopre che questo animale è più piccolo, non ha gli zoccoli, non nitrisce, ma abbaia e poi scodinzola quando è contento. Questo animale può farsi chiamare “cavallo” quanto vuole, ma per essere chiamato “cavallo” non basta fingere di esserlo, ma ci vogliono delle caratteristiche essenziali.

In realtà l’esempio di questo animale che pretende di essere un cavallo calza solo fino a un certo punto, perché se uno nasce cane non potrà mai essere un cavallo, non può farci niente. Nel caso della pseudostoria e della storia seria, invece, è una questione di scelta personale: sono gli autori di storia “alternativa” che, per qualche motivo, non usano i metodi che usiamo noi comuni mortali quando proviamo a far avanzare lo status della ricerca.

Se non li usano perché non li conoscono, allora vuol dire che provano a fare un mestiere di cui non hanno le basi (e quindi peccano di presunzione nel momento in cui pretendono di riscrivere la storia). Se non li usano perché scelgono di non usarli, allora vuol dire che sono in malafede e che preferiscono vendere qualche copia in più piuttosto che ammettere che le loro sono fantasie senza fondamento. Mentre un animale che è nato cane non può farci niente se non sarà mai un cavallo, se la pseudostoria non è considerata seria, la responsabilità di ciò ricade solo degli autori e su nessun altro.

Cargo Cult Science

In un suo discorso del 1974 al California Institute of Technology, Richard Feynman coniò l’espressione “Cargo Cult Science” (“Scienza dei culti del cargo”) proprio per indicare le pseudoscienze. I cosiddetti “culti del cargo” sono un fenomeno studiato in antropologia che vede gli indigeni della Melanesia costruire dei finti aeroporti con tanto di finte piste d’atterraggio e finte torri di controllo. Questi finti aeroporti servivano a far ritornare gli aerei cargo che in passato avevano portato beni alimentari e non solo. In ogni caso, imitano in tutto e per tutto gli aeroporti veri, mancando però delle caratteristiche essenziali per renderli tali. Secondo Feynman, quindi, le pseudoscienze si comportano nei confronti delle scienze vere allo stesso modo in cui i finti aeroporti della Melanesia si comportano nei confronti degli aeroporti veri: cercano di imitarne le apparenze (in questo caso, adottandone i termini tecnici o millantando titoli), ma mancando il punto essenziale.

Una questione di metodo

E qual è il punto essenziale che gli pseudostorici non vogliono o non riescono a capire? Il metodo. Ho già detto altrove che uno storico si basa sulle evidenze: prima le raccoglie tutte e poi trae le conclusioni. È normalissimo avere delle ipotesi, ma queste consistono nel collegare direttamente due fenomeni già conosciuti.

Il mondo accademico basa le proprie ipotesi (che vengono presentate continuamente) sugli elementi già noti. Cioè, se viene ritrovata, ad esempio, una stele o un documento, questo viene ricondotto a una determinata civiltà in base agli elementi concreti (es. la lingua), ma l’esistenza di quella civiltà dev’essere già stata dimostrata precedentemente. Un testo, inoltre, non viene preso automaticamente per vero, ma va confrontato con altre fonti.

Un testo religioso al massimo può provare che qualcuno credeva in ciò che c’è scritto. Da lì ad assumere che siano resoconti di fatti reali è un atto di fiducia nel testo, se non se ne hanno le prove.

Infatti, nulla vieta di mettere per iscritto qualcosa di apertamente falso o di sbagliato in buona fede. Chi fa lo storico di professione, sa bene che le fonti sono piene di errori e che non possono essere presi alla lettera. Gli pseudostorici, che quasi mai hanno una preparazione in storia, invece, si fidano ciecamente di quello che trovano scritto sui testi, soprattutto quando fa comodo (e poi ignorano le cose scomode). Già quest’ultimo fatto, di per sé, basta a invalidarla tutta.

Cause invisibili

Una caratteristica comune a praticamente tutte le teorie pseudostoriche che ho avuto modo di conoscere è quella di ipotizzare un collegamento invisibile tra due fenomeni noti. Quindi la differenza sostanziale tra una teoria valida e una non valida è che la prima mette insieme due elementi già noti, la seconda comincia a parlare di entità immaginarie, qualsiasi esse siano. Per fare alcuni esempi di enti invisibili che spiegherebbero alcuni eventi o alcune somiglianze:

  • la nostra specie si è evoluta perché c’è stato un intervento alieno di ingegneria genetica;
  • la nostra civiltà si è evoluta perché c’è stata una civiltà precedente che ci ha insegnato i mestieri;
  • ci sono termini o elementi simili tra due civiltà molto lontane perché c’è una dottrina segreta che le accomuna.

Questi esempi, per il principio generale che c’è dietro, non sono diversi da:

  • ci sono oggetti che condividono un legame occulto tra loro;
  • se ci sono i fulmini è perché c’è una divinità che li lancia;
  • se appaiono i regali sotto gli alberi è perché li porta un tizio con una slitta volante.

Le ipotesi non sono prove

In tutti i casi, invece di dimostrare che c’è un legame diretto tra un elemento A e un elemento B, si ipotizza un elemento immaginario X che colleghi entrambi. La differenza tra storia fatta come si deve e pseudostoria è essenzialmente questa: da un lato dimostrare, dall’altro ipotizzare collegamenti immaginari con elementi ancora più immaginari. Non esiste, quindi, una storia “ufficiale” e una storia “alternativa”: esiste ciò che si può ricostruire tramite le prove e ciò che invece risulta essere un insieme di ipotesi.

Ho detto “insieme” di ipotesi perché quelle ”alternative” non sono mai ipotesi singole, ma sono sempre basate a loro volta su altre ipotesi. Infatti, non si tratta semplicemente di ipotizzare che esista un X, ma anche che questo X abbia o abbia avuto degli effetti pratici. Le ipotesi, quindi, sono due: l’esistenza di X e che questo sia la causa ignota di effetti noti. Ognuna di queste due ipotesi andrebbe dimostrata separatamente, cosa che ovviamente gli pseudostorici non fanno.

Finora le presunte prove che sono state portate da gli autori della pseudostoria sono tutte ipotetiche. Quindi, per il fatto che sono totalmente ipotetiche, allora una vale l’altra e infatti gli pseudostorici, partendo dalle stesse premesse, arrivano a conclusioni diverse: per esempio, partendo dalle piramidi, c’è chi ipotizza che siano state fatte dagli abitanti di Atlantide e c’è chi invece dice che sono opera di alieni. Tra questi due, chi ha ragione? E poi, dove sta scritto che queste sono le due sole possibilità? Perché non ipotizzare che siano stati gli elfi o Babbo Natale?

Alla fine a me pare che si seguano certe teorie solo per il gusto di andare contro la storia cosiddetta “ufficiale”. Infatti uno dei motivi per cui queste teorie non sono considerate accademiche è perché sono i loro stessi autori che vogliono tenersi fuori (anche se poi, come vedremo, spesso millantano titoli accademici).

Ribadisco che, per poter essere considerate scienza, queste teorie andrebbero dimostrate, e per “dimostrate” si intende “con prove”, non “con altre ipotesi”. Per tornare all’esempio delle piramidi, non ho ancora mai visto nessuno motivare l’ipotesi aliena o atlantidea grazie ad analisi precise sulla pietra che mostrino segni inequivocabili di taglio fatto con il laser. Semplicemente ci si limita a stabilire, in modo arbitrario e senza nessuna analisi, che quella roba era impossibile da realizzare.

Gli autori di pseudostoria, quindi, non fanno altro che fare ipotesi senza portare prove concrete. Ma questa non è scienza.

Differenza tra storia vera e pseudostoria

È scienza tutto ciò che viene dimostrato, non tutto ciò che viene ipotizzato. Se queste cose non vengono dimostrate, restano quello che sono, cioè fantasie. Le ipotesi, anche quelle scientifiche, di fatto sono fantasie, cioè frutto di immaginazione. Ciò che fa la differenza tra l’immaginazione e la realtà, ciò che fa la differenza tra il credere e il sapere sono le prove. E la ricerca accademica è la ricerca delle prove, non di nuove ipotesi. La ricerca “alternativa” è invece una gara a chi avanza l’ipotesi più fantasiosa e più nuova. L’accademico che ha più successo è quello che riesce a dimostrare meglio le proprie tesi. Il ricercatore “alternativo” che ha più successo è quello che riesce a vendere meglio il proprio prodotto.

Teorie “scomode” o semplicemente sbagliate?

Quindi, ripetendo ciò che ho detto più volte, il motivo per cui certe teorie vengono scartate non è perché sono scomode, ma perché normalmente vengono scartate le ipotesi che si basano su altre ipotesi. Questo è un trattamento riservato a tutte le nuove ipotesi che continuamente vengono presentate, al di là del loro contenuto. Quindi, le ipotesi alternative vengono scartate proprio perché hanno questo difetto strutturale di poggiarsi su altre ipotesi, invece che su prove concrete. La responsabilità di questo difetto strutturale è degli autori che le propongono, non degli studiosi che sono in grado di riconoscere questo grave difetto.

Agli autori piace credere e far credere di essere vittima di un complotto ordito per insabbiare la verità, perché così possono dipingersi come gli eroi che stanno rivelando verità che il sistema malvagio non vuole divulgare, ma la realtà è molto diversa da come la dipingono: quello di dire che la propria ipotesi viene scartata perché sarebbe scomoda a me sembra solo un modo per non prendersi la responsabilità dei propri errori.

Fingere ciò che non si è

Un fenomeno che ho visto ricorrere troppo spesso è il millantare, da parte degli autori di pseudostoria, titoli accademici che non hanno:

  • gli amici di WannaBeBuddha hanno più volte parlato di un sedicente “professore” che fa affermazioni molto discutibili sul sanscrito e sulla cultura indiana;
  • un altro autore di pseudostoria che è stato più volte chiamato “professore” senza che che io l’abbia mai visto correggere l’interlocutore;
  • questo stesso “professore”, pur di aver ragione nei confronti di un professore vero, ha anche spacciato per ricercatore di un centro di ricerca uno che si vanta di aver lasciato la scuola a otto anni;
  • sempre lo stesso “professore” è presentato come tale da uno che lascia intendere di essere affiliato a un’università che invece risulta aver lasciato anni fa e che ora si occupa di tutt’altro, tra cui marketing;
  • un bioinformatico, che i titoli li ha davvero e che a suo tempo aveva fatto davvero il ricercatore con un grant di ricerca, viene presentato come il vincitore del premio come miglior ricercatore;
  • il libro di costui viene poi presentato come se fosse stato adottato da un’università straniera, quando in realtà c’è solo un video di un suo amico e collega che lo ringrazia del libro e che gli promette di farlo leggere ai colleghi.

Insomma, da parte degli autori di pseudostoria sembra trasparire una certa pretesa di accademicità, sia da parte di chi non vi ha mai messo piede, sia da parte di chi ha lasciato il mondo accademico dopo il dottorato.

Non c’è nulla di male nel lasciare l’università e conosco benissimo le difficoltà dell’inserirsi nel mondo della ricerca post-dottorato e quindi ai due veri ex ricercatori a cui faccio riferimento qui va la mia sincera solidarietà.

Ciò, però, non giustifica l’utilizzo del titolo per provare a dar credito a teorie pseudoscientifiche. Soprattutto, gli altri a cui faccio riferimento e che millantano che di fatto non hanno, basta il loro atteggiamento a qualificarli.

La pseudostoria come business

Un particolare non da poco è che la pseudostoria è ormai diventata un vero e proprio business. Ad esempio, prendendo quella parte di pseudostoria chiamata paleoastronautica, vediamo che si fanno film, videogiochi, parchi a tema… La stessa casa editrice del “professore”, usando le sue “teorie” ha pubblicato fumetti e giochi da tavolo. Dove si è mai vista una cosa del genere fatta su una teoria seria?

Lo stesso professore dice in un’intervista che lui, a differenza degli accademici, può permettersi di sbagliare. Intanto, però, gli accademici sbagliano in continuazione e anzi l’errore è fondamentale per fare nuove scoperte: il detto “sbagliando si impara” vale anche, e soprattutto, nella scienza. In secondo luogo, un accademico, a differenza di uno studioso alternativo, può permettersi il lusso di ammettere i propri errori.

Dopo aver fatto affermazioni altisonanti e millantato scoperte che costringono a riscrivere la storia, se scopre di aver sbagliato, non perderebbe forse ogni credibilità? Ma soprattutto non perderebbe forse clienti? Ecco perché, secondo me, un “alternativo” non ammetterà mai di aver sbagliato. Quello richiederebbe un’onestà intellettuale che, finora, non ho ancora visto.

Realtà e fantasia

Si è visto che avanzare un’ipotesi è un atto di immaginazione. Più che legittimo, intendiamoci, ma l’immaginazione, l’intuizione, devono essere al servizio della realtà. Devono servire a cercare e a trovare nuove ipotesi, sì, ma poi non ci si può fermare lì, anzi le ipotesi devono essere il punto di partenza, non di arrivo. Da lì bisogna infatti partire per cercare le prove e se le prove che trovi sono contrarie alla tua ipotesi, devi avere il coraggio e l’onestà di ammettere di aver sbagliato. La pseudostoria, invece, continua a trovare pretesti per poter alimentare quelle che, allo stato attuale delle cose, risultano al momento solo fantasie. Continua a voler credere a Babbo Natale. Io non ho nulla in contrario a Babbo Natale, non ho nulla in contrario se qualcuno ci crede. Dico solo che, finora, tutti quelli che ne hanno parlato hanno fatto carte false e hanno ignorato delle questioni più concrete e reali che mostrano che si sbagliano.

Quindi, la pseudostoria è qualcosa che finge di essere storia, ma non lo è, dato che manca la cosa essenziale che rende valida un’ipotesi: le prove. Pur mancando questo elemento fondamentale, la pseudostoria ha la pretesa di essere “assolutamente scientifica”, per citare le parole di un noto autore di pseudostoria.

Conclusioni

Ricapitolando, chiamo “pseudostoria” le teorie cosiddette “alternative” per i seguenti motivi:

  • non porta le prove;
  • non parte dalle evidenze e poi trae le conclusioni, ma parte dalle conclusioni e seleziona ciò che fa comodo;
  • crede arbitrariamente a fonti antiche, come se fossero automaticamente attendibili;
  • reinterpretandole a piacere;
  • ipotizza enti invisibili e indimostrabili per mettere in relazione fatti sconnessi tra loro;
  • millanta un’accademicità che non ha;
  • vende i propri risultati al grande pubblico, invece di presentarli alla discussione accademica.

Quindi, come chiamare questo animale che finge di essere un cavallo? Basta vedere come si comporta.

Il fatto di fondarsi non sulle prove (cioè sulla realtà) ma su ipotesi basate su altre ipotesi (cioè sulla fantasia), rende le ipotesi “alternative” una fantascienza che ci crede un po’ troppo. Il fatto di avere pretese di accademicità, pur non adottando i metodi usati nell’accademia, è ciò che le fa meritare il prefisso di “pseudo”, cioè di “falso“, “finto”.

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