Il mito di Schliemann presso gli pseudostorici


Come ho detto e ripetuto più volte, una delle caratteristiche principali della pseudostoria è quella di prestare una fede eccessiva nei testi antichi, oltre a quella di fidarsi ciecamente solo dei punti che fanno comodo alle ipotesi che vuole sostenere. L’altra caratteristica è quella della polemica contro il mondo accademico, che viene puntualmente descritto come dogmatico e arroccato nelle proprie posizioni.

Gli pseudostorici prendono i proverbiali due piccioni con una fava nel momento in cui strumentalizzano la storia di Heinrich Schliemann (1822-1890), a cui è stata attribuita la scoperta della città di Troia nei suoi scavi eseguiti tra il 1870 e il 1873. Secondo gli pseudostorici, Schliemann avrebbe sempre creduto nella veridicità dell’Iliade e, una volta comunicata la decisione di trovare la città omerica, tutto il mondo accademico dell’epoca avrebbe riso di lui, giudicandolo un visionario. Il fatto che poi l’abbia trovata, sempre secondo gli pseudostorici, dimostrerebbe che il mondo accademico è chiuso alle novità, ma che, per fortuna, ci sono quelli dalla mente aperta (come sarebbero invece loro, gli pseudostorici) che hanno il coraggio di credere ai testi antichi, che si rivelano veritieri e degni di fede.

Questo fotogramma è preso da un video di uno pseudostorico in risposta alle critiche mossegli da Piergiorgio Odifreddi, il quale sostiene che i testi antichi, che sono stati scritti per produrre miti, non possono essere considerati fonti attendibili. “Per fortuna è esistito Schliemann”, che avrebbe quindi dimostrato che invece il credere ai testi antichi può portare a riscrivere la storia.

Studi condotti sulle fonti dell’epoca (articoli di giornale, libri, nonché i diari e le lettere dello stesso Schliemann), hanno mostrato invece una realtà ben diversa dalla favola viene raccontata dagli pseudostorici e la cui diffusione si deve allo stesso protagonista.

Controllare le fonti

Una delle prime incongruenze che saltano subito all’occhio è la totale mancanza, nei suoi scritti precedenti alla sua scoperta, di menzioni della città di Troia e della sua presunta passione per l’archeologia. Nella sua autobiografia (scritta dopo essere diventato famoso) racconta un episodio che sarebbe avvenuto nella sua infanzia e narra che da piccolo, vedendo un’illustrazione di Enea che fugge da Troia portando con sé il padre Anchise, decise che un giorno avrebbe trovato quella città. Tuttavia, questo episodio non appare né nei diari, né nelle lettere che sono stati scritti da lui prima della scoperta. Da questi risulta invece che il suo sogno di entrare nel mondo della cultura dell’epoca consisteva nel diventare scrittore e che si trovò quasi per caso a fare da archeologo, dopo aver visitato gli scavi di Pompei.

In una lettera scrive che gli piacerebbe scrivere libri per tutta la vita. Nessuna menzione di scavi archeologici.

A proposito di archeologia, non è neanche vero che fu il solo, né tantomeno il primo a credere all’esistenza della città di Troia e a individuare quel luogo esatto per gli scavi. Tra gli archeologi dell’epoca vi era, invece, acceso dibattito sull’identificare la città di Troia con il sito che si trova nell’attuale Hisarlık o con un’altra località. Insomma, non è affatto vero ciò che raccontano gli pseudostorici, cioè che Schliemann avrebbe creduto sin dall’infanzia di trovare Troia e che sarebbe stato l’unico a credere alla veridicità dell’Iliade.

Anzi, come riconosce lo stesso Schliemann, da ben sette anni prima di lui c’era Frank Calvert che stava scavando proprio a Hisarlık e proprio in cerca della città di Troia. Nei suoi scritti, Schliemann sminuisce progressivamente il merito di quest’ultimo, arrivando pian piano ad accaparrarsi il merito della scoperta.

Questo fa il paio con l’accusa di truffa che causò la cessazione di un rapporto di affari con un agente di commercio della famiglia Rothschild, quando Schliemann si trovava negli Stati Uniti prima di improvvisarsi archeologo. Schliemann aveva infatti aperto una banca in California e, a quanto pare, inviava delle quantità di metallo prezioso inferiore a quelle dichiarate.

Sempre in modo truffaldino e sempre negli Stati Uniti, lo stesso Schliemann ottenne un divorzio dalla sua prima moglie e la cittadinanza statunitense facendo letteralmente carte false. Non fu nemmeno l’unica volta in cui falsificò dei documenti durante il suo soggiorno americano: scrisse anche delle finte memorie fingendo di essere stato coinvolto in un incendio a San Francisco, che in realtà ebbe luogo quando, sempre stando ai suoi stessi diari, non si trovava nemmeno negli Stati Uniti.

Oltre ad aver ottenuto la cittadinanza statunitense tramite false testimonianze, Schliemann mentì anche sulle circostanze in cui la ricevette, sostenendo di trovarsi in California quando questa passò dal Messico agli Stati Uniti, rendendo così tutti i residenti cittadini americani di fatto. In realtà, anche in questo caso, si trovava altrove e comunque, sempre stando a ciò che scrive in privato nei suoi diari, ricevette la cittadinanza diversi anni dopo.

Nella penultima riga, si vede come ha modificato il “9“ originario in “14”, mentendo così sul numero di gioielli ritrovati negli scavi.

Si potrebbe obiettare che, essendosi comportato in modo truffaldino in passato, non è detto che lo abbia fatto anche quando ha scoperto la città. E invece i rapporti degli scavi sono stati opportunamente modificati per far risultare diversi reperti in oro rinvenuti in strati diversi come appartenenti a un unico tesoro, che Schliemann peraltro identificò con il tesoro di Priamo senza che vi sia un solo elemento che autorizzi tale ipotesi. Un’altra menzogna di Schliemann consiste nel riferire che al momento del rinvenimento del tesoro la sua seconda moglie Sophia era parte attiva dello scavo, quando invece dalle sue lettere risulta chiaramente che si trovasse in Grecia per i funerali di suo padre. Questa incongruenza era peraltro già nota ai suoi contemporanei, che facevano quindi della facile ironia nei suoi confronti. Se il mondo accademico rideva di lui, quindi, non era perché aveva deciso di credere ai testi antichi, ma perché era ritenuto un bugiardo.

Ci sono anche delle perplessità sull’autenticità della cosiddetta “maschera di Agamennone”, in primis sul fatto che non vi è nessunissimo motivo per ritenere quella maschera funeraria come appartenente davvero al re dell’Iliade. Probabilmente è riferibile a uno strato incompatibile con la Troia omerica, ma anche se così non fosse e anche se fosse davvero autentica e non un falso come tuttora sostengono alcuni, rimane il fatto che quel reperto è passato alla storia con un nome attribuitogli senza nessun valido motivo che lo giustifichi.

Insomma, ci son diversi motivi per dubitare dell’attendibilità di Schliemann e ce ne sono molti altri evidenziati da studiosi quali William M. Calder III e David A. Traill. Questi ultimi fanno parte di quel filone della storiografia accademica, inaugurato dallo stesso Calder, che consiste nello studio approfondito dei documenti riguardanti la vita di Schliemann allo scopo di de-mitizzarla. Questi due studiosi (e non solo loro) hanno raccolto una mole di prove di cui una minima parte è presentata nel video associato a questo post, che non include una lunga serie di altri episodi che gettano più ombre che luci sulla figura mitizzata dell’eroe degli pseudostorici.

Conclusioni

Uno studio attento mostra che la storia di Schliemann insegna l’esatto opposto rispetto a ciò che pretendono di mostrare gli pseudostorici. Secondo questi ultimi, infatti, bisognerebbe credere ciecamente alle fonti, invece è proprio esercitando un sano distacco critico verso i testi antichi che si può giungere a una versione il più aderente possibile ai fatti. Infatti, hanno sbagliato i primi biografi di Schliemann a credergli sulla parola e ad aver alimentato il mito che lui stesso aveva contribuito a creare. La storiografia accademica, davanti ai fatti, si è ricreduta e ha di molto ridimensionato le scoperte e la figura di Schliemann. Gli pseudostorici, dal canto loro, non fanno altro che raccontarsi una favoletta priva di fondamento storico e di mostrare quindi una certa ingenuità, per non dire creduloneria, che però è funzionale a dipingere sé stessi in una luce positiva e il mondo accademico (al quale, peraltro, appartenne anche Schliemann, visto che ottenne un dottorato) in una luce negativa.

Inoltre, anche se, per assurdo, fosse vera la favola di Schliemann così come la raccontano gli pseudostorici, questo comunque non proverebbe minimamente che costoro abbiano automaticamente ragione. In altre parole, che Schliemann abbia avuto successo (seppur controverso) non vuol dire affatto che automaticamente abbiano ragione anche coloro che si rifanno a lui, invocandolo come una sorta di santo protettore dei non accademici. Inoltre, che abbia scoperto Troia (la cui identificazione con l’attuale Hisarlık non è comunque scontata), non vuol dire aver dimostrato che tutta l’Iliade dica il vero: non ha dimostrato affatto l’esistenza di tutti gli eventi narrati, né dei suoi personaggi, inclusi gli dèi dell’Olimpo, come pretendono certi pseudostorici. A maggior ragione, la storia di Schliemann non ha mica dimostrato che abbiano automaticamente ragione tutti i testi antichi! Se l’Iliade è ambientata in una città realmente esistita, solo con dei salti logici enormi si può arrivare ad argomentare che allora esistono anche gli dèi e allora anche la Bibbia e tutti gli altri testi antichi dicono il vero.

Ancora una volta, gli pseudostorici mostrano degli atteggiamenti tanto di parte quanto superficiali, mostrando di ripetere in modo acritico delle affermazioni fatte senza verificare e di prendere solo ciò che fa comodo, ignorando tutto ciò che invece mostra i loro errori dovuti alla mancanza di spirito critico e della logica più elementare. Inoltre, dato che gli pseudostorici non fanno ricerca vera e propria, non è neanche corretto da parte loro paragonarsi a uno che, dritto o storto, si è sforzato di imparare diverse lingue e si è rimboccato le maniche, mettendosi a scavare in cerca di fama e gloria. Come ho già detto altrove, gli pseudostorici confondono il fare ipotesi con il fare ricerca. Ma la ricerca si chiama così perché si deve andare alla ricerca delle prove a supporto di tali ipotesi. Gli pseudostorici si limitano a rimanere in poltrona e a scrivere tutto ciò che passa loro per la mente, facendo collegamenti a caso e spacciandoli per ipotesi, se non addirittura per “scoperte”. È un dato di fatto, però, che gli pseudostorici non hanno mai scoperto niente. Virtualmente tutte le scoperte nel campo della storia o dell’archeologia sono state fatte dagli accademici, che sarebbero, secondo loro, chiusi di mente.

L’esempio di Schliemann mostra, quindi, che la pseudostoria non ha vere argomentazioni oggettive e l’unico esempio che è in grado di portare è quello di una persona dagli atteggiamenti a volte truffaldini nata ormai duecento anni fa. Forse perché chi lo usa come esempio è truffaldino a sua volta.

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