La pseudostoria e le prove


Nell’articolo precedente (e nel relativo video) ho detto che la differenza principale tra la storia e la pseudostoria è che la prima si basa sulle prove, cioè sulla realtà, e la seconda si ferma alle ipotesi, cioè alla fantasia.

Tuttavia, gli pseudostorici stessi spesso affermano di avere le prove di quello che sostengono. Tra queste presunte prove, ci sarebbero brani di testi antichi, antiche raffigurazioni e i cosiddetti OOPART, che è un acronimo inglese che sta per Out Of Place ARTifacts, cioè manufatti ritenuti “fuori posto”.

Tutti questi elementi (raffigurazioni, testi antichi, OOPART) costituirebbero, secondo gli pseudostorici, delle anomalie che gli storici non saprebbero (o non vorrebbero) spiegare. Tali presunte anomalie mostrerebbero, sempre secondo i sostenitori della storia “alternativa”, delle presunte verità sul nostro passato che metterebbero in discussione tutto ciò che sappiamo. In quest’ottica, gli storici di professione sarebbero restii ad accettare la novità in quanto chiusi di mente, dogmatici, se non proprio collusi con il potere. In quest’ultimo caso, quindi, gli pseudostorici ipotizzano addirittura che vi sia un inganno perpetuato deliberatamente dalle presunte élite.

Un’analisi di tutte le presunte prove richiederebbe un sito a parte. Qui si farà solo un esempio per ciascun tipo di “prova” e si trarranno delle conclusioni metodologiche generali. Chi legge, se lo vorrà, potrà poi applicare questi metodi quando si troverà davanti a una teoria, in modo da giudicare autonomamente se si tratti di storia o di pseudostoria.

Come si ricostruisce la storia?

Come sappiamo che gli antichi romani sono esistiti? Abbiamo tonnellate di testimonianze architettoniche, archeologiche, documentarie (epigrafi, iscrizioni, ecc.) che ci lasciano concludere oltre ogni ragionevole dubbio che è esistita una civiltà che parlava latino, che aveva centro a Roma e che per un certo periodo ha esteso i suoi domini in tre continenti.

Ci sono anche civiltà meno note e di cui si hanno poche tracce, così come ci sono pervenute iscrizioni non ancora decifrate (ad esempio, il disco di Festo o i sigilli di Mohenjo Daro). Tra le civiltà perdute, ci sono, solo per fare due esempi tra tanti possibili, quella dei Sabei (da non confondere con la corrente religiosa dei sabei di Harran, menzionati più volte nel Corano), e la cosiddetta “cultura di Ballana”. A differenza di civiltà paventate dagli pseudostorici (Atlantide, Lemuria, Mu, Agarttha, ecc., per non parlare di presunte civiltà aliene), di queste abbiamo prove, seppur scarse.

Nel caso dei Sabei, le fonti vanno analizzate in modo critico proprio a causa dell’omonimia tra la corrente religiosa e l’antica civiltà vissuta tra lo Yemen e il Corno d’Africa. Le fonti medioevali (per lo più arabe, ma non solo) che citano i sabei spesso confondono l’antica popolazione (all’epoca ormai già scomparsa) e il gruppo religioso, quando invece non hanno nulla a che vedere l’una con l’altro. Per questo motivo, le fonti medioevali non possono essere prese alla lettera, ma vanno soppesate e ponderate, anche perché sono generalmente piene di episodi semileggendari.

Come ho detto più volte, che una cosa sia scritta su un testo, per quanto antico, di per sé, non è prova di niente. Ci possono essere, infatti, vari fattori per cui una cosa riportata su un testo non corrisponde al vero: errore in buona fede, menzogna, punto di vista parziale, voglia di raccontare una storia.

Gli antichi non raccontavano favole?

Uno dei pretesti utilizzati dagli autori di pseudostoria per non prendersi la responsabilità di addurre prove concrete a supporto delle loro ipotesi vi è quello che ormai è divenuto un altro dogma degli autori “alternativi” e che ho visto ripetere a pappagallo anche dai loro seguaci. Questo dogma postula che, visto che, prima dell’invenzione della stampa, scrivere costava molto, gli antichi avrebbero messo per iscritto solo cose vere. Questa affermazione è tanto ridicola quanto infondata, al punto che non meriterebbe neanche una smentita approfondita. Tuttavia, spendo lo stesso qualche minuto per stilare brevemente una lista dei primi casi che mi vengono in mente a memoria che smontano totalmente questa assurdità.

Ci sono, in realtà, tonnellate di evidenze del contrario: ci sono pervenute migliaia di storie fantastiche, testi magici, testi che persino le stesse istituzioni religiose non considerano attendibili (es. i vangeli apocrifi dell’infanzia di Gesù). Abbiamo diversi testi riportanti, spesso in diverse varianti, miti egizi, sumeri, babilonesi che narrano di animali parlanti, di trasformazioni, di mostri, di magie. Non mi è chiaro come un difensore della loro veridicità giustifichi tali episodi.

Si può fare l’esempio delle oltre 350 favole di Esòpo (VI secolo a.C.), tra le quali le più famose sono quelle della cicala e la formica, nonché quella della volpe e l’uva (tra l’altro, quest’ultima favola mi ricorda un po’ l’atteggiamento dello pseudostorico verso la scienza accademica nel momento in cui, visto che non può raggiungerla, la denigra).

Una storia famosa scritta nell’antichità sono le Metamorfosi di Lucio Apuleio (II sec. d.C.), opera nota anche come L’asino d’oro, perché tutto il romanzo è narrato dal punto di vista del protagonista che è stato trasformato in asino. Il testo presenta anche una storia nella storia, nel senso che vi è una sezione in cui la narrazione si sospende per raccontare le vicende di Amore e Psiche. Anche in questo caso, sfido chiunque ad affermare che tutto quanto è contenuto nel libro sia il resoconto di fatti reali.

Un altro esempio che ho a portata di mano è rappresentato dai testi astronomici indiani, siriaci, persiani, arabi ed ebraici che sto studiando nelle mie ricerche. Diversi di essi sostengono che le eclissi sarebbero causate da un mostro o da un drago che ingoierebbe o nasconderebbe dietro di sé il Sole o la Luna. Chi sostiene che gli antichi avrebbero messo per iscritto solo cose reali ora sarà costretto ad ammettere che le eclissi sono causate da un drago o si inventerà qualche scusa?

Come ultimo esempio che mi viene in mente (ma se ne potrebbero fare infiniti altri) vi è un testo ebraico scritto nel 1054 con vari titoli tra cui quello di Rotolo di Aḥima‘aṣ e si presenta come una cronaca vera. Nel testo si parla di una persona che fu punita per aver legato a una macina un leone al posto di un asino. Vi sono inoltre diversi episodi che raccontano l’utilizzo di magie, tra cui la menzione di un cadavere animato con l’uso del Nome divino. Mi piacerebbe che chi dice che gli antichi non inventavano niente dichiarasse che sì, la necromanzia esiste. Vorrei che, per coerenza, mi desse una dimostrazione di rianimazione di un cadavere tramite l’alfabeto ebraico.

Oltre a questi esempi (ma se ne potrebbero fare molti altri), chi sostiene che gli antichi non inventavano niente, per coerenza, dovrebbe essere praticante di tutte le religioni possibili e, dato che praticamente ogni cultura ha prodotto una notevole quantità di testi magici, dovrebbe quindi ammettere che la magia esiste.

In fin dei conti, a me sembra solo l’ennesimo pretesto per non prendersi la responsabilità delle prove, che viene scaricata sui testi antichi. Mi sembra un modo per dire: «è tutto vero, perché sì». Praticamente un sostituto laico del dogma dell’ispirazione divina. Lo pseudostorico che usa questa argomentazione, alla fine, è come se dicese: «Fidatevi di questo testo, che guarda caso mi dà ragione, perché lo dico io».

Perché non credere ai testi antichi?

Come si è visto, anche le fonti antiche e medioevali che pretendono di essere cronache di storia amavano infarcire i loro racconti con storie leggendarie. D’altronde, è la stessa cosa che fanno gli pseudostorici contemporanei. Si è visto nel precedente articolo (e nel corrispondente video), che gli pseudostorici, a supporto delle loro ipotesi, non hanno mai portato nessuna prova, ma solo altre ipotesi. Si è visto, quindi, che la pseudostoria rimane (e vuole rimanere) nel campo della fantasia, pur avendo, però, la pretesa di essere presa sul serio. Quindi, non mi stupisce affatto che gli pseudostorici apprezzino i loro predecessori: fa comodo credere e far credere che certe cose inventate (da loro stessi o da altri, non importa) siano reali, per cui hanno gioco facile poi nel proseguire quella che a me pare una vera e propria mistificazione.

Un qualsiasi storico sa bene che le fonti non sono sempre affidabili. Ciò non vuol dire, ovviamente, che non lo siano mai, ma ci sono diversi motivi per cui una fonte non può essere presa automaticamente per vera. Eccone alcuni, solo a titolo esemplificativo:

  • errore umano fatto in buona fede: un autore può aver scritto qualcosa che poi si rivela inesatto solo perché era sinceramente convinto della sua veridicità;
  • imprecisioni o esagerazioni o invenzioni messe per iscritto per motivi ideologici: se si leggono i documenti in cui i re raccontavano le loro imprese, queste risultano sempre esagerate ai limiti del grottesco;
  • l’autore non intendeva scrivere un resoconto di fatti reali: sono gli pseudostorici a voler prendere per vero testi che avevano altre intenzioni.

Uno storico sa bene che ci sono casi frequenti in cui le fonti si contraddicono a vicenda. Ad esempio, se si vogliono elencare le rivolte ebraiche contro i romani nei primi due secoli d.C., si scopre che vi sono delle forti discrepanze tra i resoconti provenienti da fonti romane e quelli provenienti da fonti ebraiche. Se una fonte ebraica dice che c’è stata una rivolta generale e invece in una fonte romana questa rivolta o risulta essere un piccolo evento locale o non risulta affatto, è opportuno sospendere il giudizio e cercare ulteriori prove per vedere quale delle due si avvicini di più alla verità.

Alla fine dei conti, l’affidabilità di una fonte è data da quanto è supportata da prove indipendenti, per cui si può giudicare solo a posteriori se questa è valida oppure no. Giudicare una fonte attendibile senza avere le prove della sua veridicità è una presa di posizione a priori, spesso dettata da motivazioni ideologiche.

A tal proposito, quindi, va rimarcato che sono gli pseudostorici che, nel momento in cui si affidano a una fonte non supportata da prove, prendono una posizione ideologica. Quest’ultima può anche essere legittima, l’importante è che venga riconosciuta come tale. Mi è capitato di vedere, invece, degli pseudostorici accusare gli storici di non credere alle fonti quando queste sarebbero scomode, quando invece semplicemente non condividono la presa di posizione che c”è a monte.

In realtà la regola metodologica usata dagli storici accademici, come si è detto, è appunto quella di non credere a niente se non si hanno le prove (si veda più avanti il paragrafo intitolato “Lo scetticismo metodologico”). Quindi non è come sostengono alcuni pseudostorici, cioè che il mondo accademico crede a tutte le fonti tranne quando riportano cose scomode, ma è il contrario: si tende ad avere un distacco critico verso tutte le fonti, a meno che non ci siano riscontri indipendenti.

Gli OOPART: sono davvero “fuori posto”?

Come si è detto, la pseudostoria non si basa solo su libere interpretazioni di testi antichi, ma pretende di appoggiarsi su presunti oggetti arbitrariamente ritenuti come “fuori posto” (OOPART).

L‘OOPART che mi rimase più impresso di tutti fu il presunto oggetto che sarebbe stato ritrovato a metà ‘800 all’interno di un lapillo dopo un’eruzione vulcanica. La roccia che lo avrebbe contenuto, così avevo letto, era lava solidificata antica di centinaia di migliaia di anni, per cui quell’oggetto, decorato in uno stile sconosciuto, sarebbe la testimonianza di un’antica civiltà sconosciuta.

Con l’avvento di Internet e grazie a qualche scettico che ha approfondito la questione, ho poi scoperto che l’oggetto fu ritrovato nel Massachussets, che l’esplosione non era vulcanica (non mi risultano infatti esserci vulcani nel Massachussets), che l‘oggetto non si trovava dentro una roccia e che la forma e lo stile, lungi dall’essere sconosciuti, sono perfettamente riconducibili a dei portapipe indiani in uso al tempo della scoperta.

Ho già parlato altrove di un grande classico della pseudostoria, Il mattino dei maghi (1960). Uno dei suoi due autori, Jacques Bergier, scrisse anche un altro libro a tema paleoastronautica, Les extraterrestres dans l’histoire, in cui parla di un cubo perfettamente levigato che sarebbe una ricetrasmittente aliena. Si scopre in realtà che l‘oggetto non ha nulla di cubico e che ovviamente non ha mai trasmesso nulla.

Il presunto “cubo” di Gurlt.

A differenza delle prove con cui si può ricostruire l’esistenza delle civiltà di cui si è parlato più sopra, questi presunti OOPART non portano da nessuna parte. Se da un lato possiamo concludere che è esistito l’impero romano per una grande quantità di prove omogenee, tutti gli OOPART, se presi come testimonianze di una presunta civiltà, presentano invece un quadro molto molto frammentario. In altre parole, anche a voler credere a tutte le assurdità dimostrabilmente false che sono state dette riguardo a questi oggetti, ciò non basterebbe a ricostruire un quadro coerente come accade invece in tutti gli altri casi, quali gli esempi visti prima.

Un conto, infatti, è trovare delle iscrizioni in latino attorno al Mediterraneo e che sono quindi riconducibili a un’unica civiltà che le ha prodotte. Un altro è provare a collegare tutti gli OOPART (o presunti tali) a un unico stile: semplicemente questo stile non c’è. Come si fa, quindi, a dire che hanno tutti la stessa origine? E come mai il loro stile (posto che ce ne sia uno), invece, è perfettamente riconducibile al contesto in cui sono stati trovati?

Come dice il proverbio, una rondine non fa primavera: per poter affermare che sono esistite civiltà tecnologicamente sviluppate, ci vorrebbe una quantità di prove molto molto più ingente, così come è avvenuto per le centinaia di tombe trovate in Nubia, di cui si è parlato più sopra. Tutto ciò che hanno presentato finora gli pseudostorici che ho avuto modo di leggere sono state solo impressioni personali e “spiegazioni” molto tirate per i capelli.

Le ragioni del mondo accademico

Anche se quei testi parlassero davvero di alieni e quei presunti OOPART fossero autentici (es. il “cubo” di Gurlt fosse un vero cubo), ciò tuttavia non sarebbe ancora sufficiente, per due motivi.

  1. un testo antico, di per sé non è una prova di niente, dato che è molto facile scrivere cose non vere;
  2. un oggetto, ma anche una decina di oggetti sparsi per il mondo, non prova l’esistenza di un’intera civiltà.

In entrambi i casi, vale quanto detto prima, cioè che, per considerare queste come prove, bisogna avanzare non una, ma due ipotesi separate, cioè:

  1. a) che quel testo dica il vero e b) che si riferisca a ciò che si sostiene;
  2. c) che quell’oggetto sia effettivamente un’anomalia e d) che sia legato a una civiltà ignota.

a) Che il testo dica il vero andrebbe verificato con delle prove indipendenti, non basta dire “ok prendiamolo per buono e vediamo cosa viene fuori”. Oppure facciamolo per un attimo ma, se vediamo che vengono fuori assurdità che contraddicono la logica o i dati di fatto, dobbiamo correggere il tiro. Il problema di questa ipotesi è che finisce per diventare la tesi che si vuole dimostrare. Bisogna decidere se la proposizione «il testo dice il vero» sia l’ipotesi di partenza o la tesi da dimostrare. Confondere le due cose è un errore molto comune chiamato “petizione di principio”, che rende non valida la tesi perché diventa autoreferenziale, basandosi su un ragionamento circolare.

b) Che il testo parli effettivamente di tecnologia avanzata deve essere verificato con prove concrete, mentre tutte le teorie di pseudostoria che ho avuto modo di esaminare finora si basano su impressioni personali.

c) L’oggetto deve essere davvero un’anomalia, ma soprattutto deve creare un sistema coerente con altri indizi. Anche in presenza di decine di casi, se questi sono tutti isolati tra loro, ciò non è sufficiente per dimostrare l’esistenza di civiltà precedenti.

d) Quell’oggetto deve essere riconducibile direttamente, concretamente e inequivocabilmente, non ipoteticamente, a civiltà tecnologicamente avanzate, allo stesso modo in cui una stele in etrusco è direttamente, concretamente e inequivocabilmente riconducibile agli etruschi.

Cos’hanno in comune i punti a), b), c) e d)? Che sono tutte ipotesi. Le presunte prove della pseudostoria, che in teoria dovrebbero corroborare le ipotesi, si rivelano a loro volta ipotesi. Si nota, quindi, la differenza sostanziale che c’è tra la ricostruzione, ad esempio, della storia romana o dei sabei o del Gruppo X con quella della presunta esistenza di Atlantide, degli alieni, ecc. Nel primo caso, gli oggetti vengono collegati direttamente a civiltà concrete, cioè reali, nel secondo caso, si tratta di collegare i presunti OOPART o testi antichi a delle civiltà totalmente ipotetiche, cioè immaginarie.

Nella remotissima eventualità che ci possa essere qualcosa di vero (personalmente non credo), questo modo di procedere raffazzonato, superficiale e sensazionalistico è totalmente antiscientifico. È il motivo per cui certe teorie non solo non vengono prese in considerazione, ma sono ridicolizzate. Personalmente parlando, ribadisco ancora una volta che non sono contro a priori, ma, più banalmente, nessuno degli autori di pseudostoria che ho avuto modo di leggere o di ascoltare ha mai portato analisi e prove concrete e inequivocabili.

Se la pseudostoria non ha nessuna credibilità, la responsabilità di questo è solo degli autori che dovrebbero portare prove concrete, non ipotesi. Alla fine, quelle che adducono non sono prove, ma pretesti. Gli autori si sono già fatti a priori un’idea e si aggrappano a tutto pur di avere ragione a tutti i costi, spesso ignorando le prove che li smentiscono.

La pseudostoria finisce sempre col parlare di cose (civiltà, corpi celesti, esseri, ecc.) la cui esistenza è totalmente ipotetica. La storia seria, invece, tratta di cose concrete che può studiare. L’atteggiamento degli pseudostorici non è scienza, è propaganda, intendendo il termine in senso lato, in modo da includere anche il marketing. Nella mia personalissima opinione, infatti, la pseudostoria è ormai solo un business che risponde alle esigenze di un mercato che vuole avere risposte comode, semplici e alla portata di tutti, che forniscono l’illusione di saperne quanto gli esperti accademici (se non di più).

Lo scetticismo metodologico

La storia che si insegna e si ricerca nelle università si basa su quello che si chiama “scetticismo metodologico”, che consiste nel non credere a nulla se non se ne hanno le prove indipendenti. Come si è visto più sopra, infatti, una cosa scritta su testo, di per sé, non prova niente. Inoltre un testo (ma il discorso vale anche per le raffigurazioni) deve essere interpretato secondo le categorie della cultura che lo ha prodotto. L’errore più grave che si possa fare (e che porta inevitabilmente fuori strada) è quello di rileggerlo o di reinterpretarlo secondo le nostre aspettative: è il modo migliore per prendere delle cantonate.

Gli pseudostorici, invece, si basano totalmente su questo procedimento fallace. Nel momento in cui leggono un testo o guardano una raffigurazione, non provano a interpretarli secondo la cultira che li ha prodotti, ma vi proiettano le loro proprie idee e li reinterpretano secondo le loro aspettative. Un esempio emblematico è dato da Erich Von Däniken che nel suo Impronte degli dèi reinterpreta un sarcofago Maya dicendo che raffigurerebbe un astronauta solo perché la posizione del soggetto raffigurato (Pakal) gli ricorda quella di un astronauta. Ignorando totalmente il contesto, preferisce attribuire significati che non sono presenti né nel sarcofago, né in altri testi Maya.

Il sarcofago di Pakal.

In modo molto simile a come Von Däniken ha interpretato quel sarcofago, allo stesso modo si comportano altri autori di paleoastronautica. Per fare un esempio di una sovrainterpretazione di un testo, si riproduce parte di una pagina da Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia:

In modo totalmente irrispettoso del testo, invece di provare a capire cosa potessero voler dire i redattori del testo biblico, l’autore di paleoastronautica distorce il testo a suo uso e consumo. L’autore di paleoastronautica medio non adduce argomentazioni filologiche (che comporterebbero una quantità di studio e di lavoro che non ho mai visto riporre in un libro di pseudostoria), ma le uniche argomentazioni a favore dell’interpretazione paleoastronautica di testi e raffigurazioni sono basate semplicemente su impressioni personali (“ci viene in mente”). Il sarcofago parla di comandi di un’astronave? No, ogni elemento è spiegabilissimo nei termini e nelle categorie culturali dei Maya. Il teso biblico descrive forse lo ṣèlem (non ṣelèm come erroneamente scritto dall’autore) come una roba microscopica fatta a doppia elica? No. Il sigillo VA243 dice che quello è il sistema solare? No. L’errore comune è quello di aver deciso a priori di cosa deve parlare il testo o cosa deve rappresentare quella raffigurazione. Un atteggiamento del genere non è affatto scientifico, è ideologia pura.

La ricostruzione storica come la scienza forense


Come ho già detto in uno dei miei primi video, la ricerca storica è paragonabile, nel suo procedere, alla scienza forense. In entrambi i casi, si tratta di analizzare tutte le prove e gli indizi a disposizione e solo dopo trarre le conclusioni. La pseudostoria, invece, parte dal preconcetto che vuole dimostrare e piega le prove e gli indizi a suo piacimento, pur di avere ragione a tutti i costi, pretendendo pure che la propria spiegazione sia paragonabile, se non migliore, a quella degli inquirenti professionisti.

Ipotizziamo di trovarci davanti a una scena del crimine in cui un uomo è morto riverso per terra e l’autopsia mostra che è morte naturale. L’inquirente professionista è quello che si attiene a tutti gli indizi e trae quindi la conclusione che la morte è stata naturale. Lo pseudoinquirente è quello che non interviene neanche sulla scena del crimine e dice che il tizio è stato ucciso da Babbo Natale con un’arma supertecnologica. Per ogni obiezione sulla mancanza di prove (dove sarebbe il foro d’entrata? e le impronte?) lo pseudostorico troverà sempre risposte a posteriori (ha usato tecnologia avanzatissima e sconosciuta, non ha lasciato impronte perché era sulla sua slitta volante, ecc.).

Fuori dalla metafora, lo pseudostorico dice che le piramidi le hanno costruite gli alieni o Atlantide, ma non porta le prove. Come nell’esempio precedente lo pseudoinquirente ignora l’analisi autoptica, così lo pseudostorico ignora i segni di attrezzi primitivi che sono rimasti sulle pietre non ancora levigate.

Gli pseudostorici amano paragonarsi a Schliemann, ma nessuno va veramente a scavare come fece lui. In altre parole, non ho mai visto nessuno pseudostorico prendersi la briga di portare delle prove. E le presunte prove che sono state portate finora, come si è appena visto, non sono veramente prove.

Göbekli Tepe è stata scavata e studiata dagli accademici. Gli pseudostorici, per contro, non hanno mai scoperto niente.

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