
Nelle varie discussioni, sia di persona, sia online, ogni tanto mi capita di fare delle analogie, che però vengono spesso fraintese dall’interlocutore, che manca totalmente il punto e, il più delle volte, fa dell’ironia o del sarcasmo sul fatto che io abbia detto qualcosa di insensato. Questi fraintendimenti capitano raramente, ma comunque abbastanza spesso da farmi notare questo fenomeno, che potrebbe essere la spia di qualcosa di più ampio che potrebbe spiegare la diffusione della pseudostoria e di tutte le teorie “alternative” in generale.
Per fare un esempio specifico, prendiamo il mio video di esordio su YouTube, in cui mostro l’inconsistenza del “metodo” tanto decantato da un noto autore di paleoastronautica italiano, secondo cui, se si “fa finta che” i testi antichi dicano il vero, si potrebbe arrivare a nuove scoperte. A supporto di ciò, per darsi ragione da solo, l’autore ha anche proclamato in modo dogmatico che gli antichi non racconterebbero favole, perché all’epoca i materiali di scrittura costavano troppo, il che è totalmente falso perché contraddetto da tonnellate di evidenze contrarie.
Per mostrare l’inconsistenza di questo presunto “metodo” del “fare finta che gli autori volessero dire davvero quello che hanno scritto”, nel video ho quindi fatto l’esempio della Divina Commedia: se prendessimo per vero tutto ciò che c’è scritto, allora dovremmo dare per certa l’esistenza di Dio, degli angeli, dei diavoli, ecc., e supporre che Dante davvero abbia fatto un viaggio nell’Aldilà incontrando Virgilio e altri personaggi storici.
Il mio esempio voleva appunto mostrare che il “metodo” non funziona, altrimenti per coerenza dovremmo prendere per veri tutti i testi religiosi, che peraltro si contraddicono a vicenda. Avendo dimostrato l’esistenza di almeno un’eccezione che rende quindi inapplicabile tale presunto “metodo”, ho quindi dimostrato che non può essere chiamato così, perché un metodo degno di questo nome deve funzionare sempre, oppure al massimo andrebbe chiarito prima quando applicarlo e quando no.

Non facendo nulla di tutto ciò, il fautore di tale “metodo” fa solo riferimento a una sola volta (ormai quasi due secoli fa) in cui esso, secondo lui, funzionò: come fa anche in un video risposta a Piergiorgio Odifreddi, l’autore menziona spesso Schliemann, lo scopritore della città di Troia, che avrebbe “fatto finta che” l’Iliade dicesse il vero, il che gli permise di trovare davvero la città, sbugiardando gli accademici che lo deridevano. In realtà le cose non andarono affatto così, come ho già dimostrato sia in video sia in questo blog, con prove alla mano, quali giornali dell’epoca, nonché le lettere e diari dello stesso Schliemann. Le prove che ho addotto dimostrano senza ombra di dubbio che Schliemann non fu affatto il primo ad avere l’idea di andare a scavare lì, dove poi fu trovata la città. Per cui anche questo esempio è sbagliato, e anche in questo caso le cose non sono andate come dice l’autore di paleoastronautica.
Comunque sia, sotto il video in cui spiegavo che, visto che “fare finta che i testi dicano il vero” non funziona con la Divina Commedia (e con moltissimi altri testi), sono arrivati molti commenti che ridevano o facevano del sarcasmo dicendo che non posso paragonare la Bibbia alla Divina Commedia. Il che mi trova pure d’accordo, infatti il punto è che io non li stavo paragonando! Non stavo infatti dicendo che la Divina Commedia è uguale (o paragonabile) alla Bibbia, ma stavo dicendo che, se si applica lo stesso procedimento interpretativo ad altri testi e, così facendo, si arriva a conclusioni assurde, allora perché dovrebbe funzionare se applicato alla Bibbia? Con che criterio il fautore di tale presunto “metodo” stabilisce quando funziona e quando no? Infatti non lo fa.
Il fatto che molta gente abbia scambiato un’analogia per un paragone mi ha lasciato perplesso, ma allo stesso tempo può forse offrire la chiave per capire perché le teorie “alternative” abbiano così tanto successo.

Una questione di metodo (tanto per cambiare)
Cosa c’entra tutto questo con la pseudostoria o le pseudoscienze in generale?
La scienza, che coloro che si pongono come “alternativi” definiscono impropriamente “ufficiale”, è definita semplicemente dai metodi usati: tutto ciò che si basa su un metodo solido (es. prove concrete), è scienza; ciò che non lo fa, non è scienza. Non si tratta di titoli, non c’entra la persona, ma tutto ciò che conta sono i fatti, i dati, le prove concrete. Non conta tanto cosa si dice quanto come si è arrivati a quelle conclusioni. Capire che una teoria è basata su prove e un’altra no (o, peggio, è basata su prove contraffatte) è la differenza tra basarsi sui fatti e basarsi sulle opinioni.
Un buon divulgatore deve quindi insistere su come si arriva a certe ipotesi e perché invece altre vengono scartate. Non basta dire “questa teoria è quella giusta, mentre quest’altra è sbagliata”, perché quello rischia di sfociare nel dogmatismo e, soprattutto, di alimentare un falso dualismo, facendo passare l’idea che le opinioni “alternative” siano sullo stesso piano dei fatti dimostrati con prove.
L’idea stessa di “scienza ufficiale” mostra che si ignora tale differenza fondamentale: la scienza non è una semplice versione dei fatti che viene calata in modo “ufficiale” dall’alto, ma si basa su prove e su metodi solidi, mentre le “teorie alternative” sono semplici opinioni che il più delle volte si basano sul mettere insieme prove decontestualizzate (quando non contraffatte o inventate del tutto, come il famoso “cubo” di Gurlt), ignorando spesso tutte le prove che smentiscono i propri preconcetti.
Tornando quindi alla differenza tra analogia e paragone: per comprendere un’analogia bisogna fare un’operazione di astrazione. Bisogna, cioè, capire l’idea, il ragionamento che c’è dietro e capire che quello che si sta portando come esempio viene usato per puntare a qualcos’altro che non è immediatamente visibile o percepibile con i sensi.
Se uno non compie tale operazione di astrazione per capire il ragionamento che c’è dietro un accostamento, vedrà solo che due elementi diversi vengono posti uno accanto all’altro e non ne capirà il motivo (se poi finisce col deridere chi ha fatto tale accostamento per lui incomprensibile, si scade nel surreale, dato che la pseudostoria è la prima a basarsi principalmente su accostamenti arbitrari).
Questo, peraltro, apre scenari per me inquietanti, perché finora ho sempre sospettato (ripeto, parlo di opinione personalissima) che chi mette in giro certe teorie lo faccia in modo truffaldino e in malafede. Ora invece mi viene un altro sospetto, forse anche peggiore del primo: che loro siano i primi a non (voler?) fare questa operazione di astrazione e di comprensione del metodo scientifico (o di quello storico-critico).
Questo spiegherebbe perché si sentono attaccati sul personale ogni volta che arrivano loro delle critiche, appunto, nel merito, e perché pensano che le loro teorie vengano scartate a priori. Che queste teorie siano scartate a priori è un’altra convinzione tanto diffusa quanto sbagliata, perché nel momento in cui uno muove delle critiche precise a un’ipotesi, allora questa viene scartata a posteriori, proprio alla luce dei difetti che vengono evidenziati e che spesso la rendono del tutto improponibile. Non capire che ci sono dei criteri oggettivi a cui sono chiamati tutti coloro che scrivono di storia o di sciena, porta inevitabilmente a prendere sul personale ogni critica fatta nel merito e nel metodo.
Inoltre, che gli autori e i loro seguaci non abbiano compreso che la differenza tra una teoria solida e una campata in aria consiste nell’adesione o meno a metodi oggettivi, spiegherebbe anche perché fanno spesso due pesi e due misure: nel momento in cui non hai neanche idea che ci siano dei criteri oggettivi, allora fai un po’ come ti pare e decidi volta per volta se applicare o meno un determinato criterio.
Il rifiutarsi, per qualsiasi motivo, di compiere uno sforzo di astrazione, spiegherebbe anche perché, nei video in cui mi sforzo di spiegare l’inconsistenza di teorie pseudostoriche, motivando con argomentazioni basate sul metodo, molti, troppi, commenti dicono che non avrei detto niente. Ora, che lo dicano a me che non sono un gran comunicatore, è un conto, ma nel momento in cui lo dicono anche a un eccellente comunicatore quale Roberto Mercadini, allora mi viene il dubbio che non sia un problema di comunicazione da parte mia. Sembra che il messaggio alla base non passi, proprio perché richiede un piccolo sforzo di astrazione che non tutti sono disposti a fare.

Conclusioni
Comprendere la differenza tra un’analogia e un paragone aiuta a comprendere la differenza tra storia e pseudostoria: se nel paragone si mettono insieme degli elementi e si guarda solo alle somiglianze e alle differenze superficiali, nell’analogia si compie un’operazione di astrazione e si cerca di comprendere se vi sia o meno un principio comune tra due o più elementi. Similmente, le dottrine scritte da storici improvvisati si basano principalmente sull’accostamento superficiale di diversi elementi per dimostrare la tesi di fondo, mentre la storia scritta dagli storici professionisti si sforza di astrarre dai singoli eventi per trovare dei princìpi e creare teorie che spieghino gli eventi in un quadro più ampio.
Quest’ultimo esempio è un’analogia o un paragone? Lo lascio come esercizio al lettore.
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