In risposta a Omar Di Benedetto e Giuseppe Fallisi

In giro per la rete, sia in varie pagine Facebook dedicate a Mauro Biglino, sia in un documento in formato PDF caricato su Google docs, si trova una risposta ad alcuni miei commenti scritti ormai un anno fa in un gruppo di discussione sulla paleoastronautica.

Questo documento è a firma di tali Giuseppe Fallisi e Omar Di Benedetto, che dicono nel PDF stesso di aver collaborato con l’autore torinese nel libro “Il falso Testamento” e riportano commenti scritti da me, Jano Yakowsky e Michele Ventura.

Intanto trovo un modo curioso di replicare quello di lasciare le risposte in giro per la Rete e aspettare che i diretti interessati ne vengano a conoscenza per puro caso. Non è esattamente l’atteggiamento che ci si aspetterebbe da dei liberi pensatori dalla mente aperta.

Tra l’altro, da parte mia ho provato a dialogare con Biglino, senza successo, al punto di essere stato espulso (non so se da lui o da altri, ma poco importa) dal suo gruppo ufficiale. Invece costoro non solo non hanno risposto direttamente sotto il mio commento incriminato, creando dibattito, ma non sono venuti neanche a taggarmi nei vari gruppi e pagine in cui hanno condiviso il loro libello, né a segnalarmi l’esistenza di quel PDF.

Posso solo immaginare le ragioni di questa polemica a distanza, fatto sta che mi sono visto costretto a dover creare un post nel gruppo in cui ho scritto quei miei commenti e in secondo luogo anche qui su questo blog dove, se vorranno, Fallisi e Di Benedetto potranno replicare come vogliono. L’invito è esteso ovviamente anche al loro co-autore Mauro Biglino, che però finora, a quanto mi risulta, si è sistematicamente sottratto al confronto con studiosi laici, quali il sottoscritto.

Inoltre ho avuto modo di segnalare a Fallisi l’esistenza della mia replica, sia sul gruppo, sia su questo blog. I messaggi che gli ho inviato su Messenger sono stati visualizzati, ma non hanno finora avuto risposta. Da parte mia ho dimostrato la massima correttezza possibile, ora vediamo se anche i miei interlocutori saranno all’altezza.

Veniamo ora al loro post che circola in rete.

Tutto è nato in risposta al seguente video:

https://www.facebook.com/groups/1765133787102023/permalink/1952381435043923/

Il video comincia con un servizio giornalistico in cui si mostra la condanna del Papa alla pedofilia e poi stacca su Biglino che legge dei passi dal Levitico e cita della non meglio specificata “letteratura extrabiblica”.

Il mio commento incriminato era questo:

Una massa di baggianate, come sempre. “Bambina” si dice “yaldah”. Questa cosa del matrimonio a 3 anni più un giorno vorrei proprio vedere dove è scritta, perché cita una presunta “letteratura extrabiblica” (peraltro invalidando la sua stessa teoria dell’origine biblica).

L’ennesima dimostrazione di faciloneria, superficialità, errata traduzione e ciarlataneria.

Sui commenti miei e di Jano Yakowsky, i due esprimono la seguente considerazione:

«Non sappiamo cosa i sig.ri Cùscito e Yakowsky – Il primo in particolare – conoscano della letteratura biblica e/o talmudica. Dalle osservazioni di cui sopra, in cui l’ignoranza e il pressapochismo di seconda mano si alleano, come spesso accade, alla boria presuntuosa, ci sembra ben poco e malamente.»

Poiché prima ho parlato di correttezza, ammetto quindi l’errore che ho commesso nel mio commento, di essermi soffermato sul termine “yaldah” e non su “ṭaph”, che è quello usato da Biglino nel video riportato. Certo, potevo essere più preciso, ma d’altronde si parla pur sempre di un commento Facebook, mica di una tesi di dottorato (tra l’altro vorrei tanto vedere quelle dei tre autori in questione). Quindi, riconosco il mio errore, ma allo stesso tempo mi domando se i miei interlocutori sapranno fare lo stesso.

La questione terminologica di cui trattano nelle prime pagine del documento, infatti, è di secondaria importanza e non toglie validità al mio commento e sarà comunque trattata alla fine di questo articolo. Quello che mi premeva sottolineare erano le contraddizioni, la carenza di metodo e i salti logici contenuti nel video di Biglino, che meriterebbero un post a parte. Contraddizioni, carenza di metodo e salti logici che anche i due co-autori sembrano dimostrare nella stesura del loro lungo e articolato papiro, papiro peraltro scritto in risposta a un commento telegrafico di poche righe!

La faciloneria a cui faccio riferimento è quella dimostrata diverse volte in soli due minuti di video, ad esempio nel momento in cui nel video stesso è accostata una citazione dal Levitico per contestare la Chiesa. Intanto questa è una mossa che lascia il tempo che trova, dato che la Chiesa non basa la sua dottrina sull’Antico Testamento, che ritiene o allegoria della venuta di Cristo o, come nel caso delle varie norme del Levitico, rivelazione destinata al solo popolo ebraico.

Inoltre chiedevo a gran voce, anche se in modo abbastanza colorito, lo ammetto, di citare in modo preciso ciò che viene chiamato, in modo molto vago, “letteratura extrabiblica”, espressione che vuol dire tutto e non vuol dire niente. Cosa si intendeva con l’espressione “letteratura extrabiblica”? Gli apocrifi? I midrashim? Le favole? I canti popolari? Le ricette di cucina? Le filastrocche? No, apparentemente intendeva dire “il Talmud”, ma questo è venuto fuori solo dopo grazie alla coraggiosissima polemica a distanza fatta da Di Benedetto e Fallisi nei miei confronti. La mia domanda, seppur non espressa in modo freddo e distaccato, era quindi legittima e viene il sospetto che i due o non abbiano colto la sfumatura di significato (d’altronde non mi risulta siano ebraisti) oppure cerchino solo di screditare l’interlocutore assente. Fatto sta che, quando ho scritto “vorrei vedere dove è scritta questa cosa”, intendevo la mia domanda in senso puramente letterale, cioè che avrei voluto una citazione precisa.

Comunque, chiarito che si parlava del Talmud, allora la questione diventa un’altra: che senso ha usare un testo religioso per spiegare altri testi religiosi scritti secoli prima e che non hanno nessuna garanzia di storicità? Questo approccio fenomenologico è più simile a quello religioso che a quello storico-critico. Cioè, invece di interpretare il testo biblico basandosi sul solo contesto storico-culturale, che è il modo più obiettivo al punto che potrebbe anche arrivare a dimostrare che gran parte della Bibbia è invenzione, si prendono commenti religiosi scritti successivamente, come se fossero chissà quale garanzia di obiettività e soprattutto dando per scontato che la Bibbia stia dicendo il vero. Il che a me pare, oltre che metodologicamente inefficace, una contraddizione di fondo: che senso ha, infatti, contestare una religione salvo poi comportarsi alla stessa maniera?

Oltre al Talmud, i due autori citano una serie di studiosi, usando una tattica usata anche dal loro amico Biglino, cioè affermare: “anche gli studiosi mi dànno ragione”. Come per Biglino, tuttavia, gli studiosi dànno loro ragione su questioni marginali, ma costoro fanno credere, con un gioco di prestigio retorico, che sia così anche riguardo alla parte centrale della loro tesi. Il che non è per niente vero, anzi spesso gli autori citati mostrano di scrivere tutt’altro rispetto a ciò che costoro vorrebbero leggervi.

Nella fattispecie, la tesi che sostengono è che quel versetto biblico costituirebbe la legittimazione della pedofilia in tutto l’ebraismo e anche nella Chiesa.

Da un lato è vero che in quel versetto c’è scritto che le vergini (ahimé, anche bambine) dovevano essere tenute in vita dai vincitori anche per fini di matrimonio, ma non è comandato da nessuna parte nel testo biblico che l’unione dovesse avvenire immediatamente. Quindi la loro deduzione non è una diretta conseguenza della lettura del testo, ma presenta un ulteriore passaggio che hanno aggiunto loro, presentandolo però come dato di fatto.

Inoltre, i vari passi rabbinici che hanno citato dopo contengono tutti un riferimento all’età di tre anni e un giorno come età minima per un matrimonio con un sacerdote (sottinteso, ovviamente, dell’ebraismo). Il fatto è che, ai tempi del Talmud, il Tempio di Gerusalemme in cui officiavano i sacerdoti era stato distrutto. Inoltre, bisogna vedere l’intero contesto in cui appaiono quelle frasi decontestualizzate e, soprattutto, bisognerebbe portare prove concrete che ciò che è scritto in quei testi sia stato messo in pratica. Le prove, però, sono il peggior nemico di chi scrive pseudostoria.

E infatti, più avanti nel loro testo (es. a pag. 5), i due co-autori citano alcuni studiosi che prendono le distanze da quei brani, nel senso che non li considerano fonti storiche attendibili. Questi studiosi affermano che i rabbini nel Talmud parlavano di situazioni ipotetiche o di questioni teoriche. Senza argomentare, i nostri due autori, affermano in merito:

«In realtà le suddette faccende talmudiche non sono affatto situazioni giuridiche ipotetiche, com’è dimostrato dallo stesso Talmud, che riferisce di sacerdoti conviventi con bambine proselite di età “inferiore a tre anni e un giorno” con cui avevano rapporti sessuali.»

“In realtà” ipotetiche lo sono eccome, perché che una cosa sia scritta nel Talmud non è una prova di niente, altrimenti dovremmo ammettere, ad esempio, che è di fatto possibile creare un vitello dal nulla usando la magia (bSanhedrin 65b e 67b). Dato che non lo dimostrano e dato che non mi risulta abbiano competenze nel campo della storia e della cultura ebraiche pari o superiori a quelle degli studiosi citati, non si capisce da dove traggano tutta quella sicurezza per poter dire che “in realtà” è come dicono loro. Tra l’altro è interessante notare ancora una volta il classico atteggiamento ambiguo che la pseudostoria ha nei confronti della ricerca accademica: quando fa comodo, i testi accademici sono citati come autorevoli, salvo poi essere liquidati senza ulteriori argomentazioni quando dicono cose scomode alla teoria che si vuole dimostrare.

Quello che considerano come prova addirittura definitiva è, ancora una volta, ciò che è scritto in un testo:

«La prova definitiva che gli ebrei avevano davvero rapporti sessuali con le bambine infine si trova, senza possibilità di equivoci, in un brano della Ghemara di B. Kethuboth 6a, dove i saggi regolano nel dettaglio come le spose pre-puberali debbano venir sottoposte al rapporto sessuale(32).»

Invece, uno storico serio non può prendere un testo religioso come prova definitiva, quella è una prerogativa dei religiosi (e dei paleoastronautici, ovviamente). Né uno studioso può fare generalizzazioni del tipo “gli ebrei avevano” ecc., senza contestualizzare minimamente. Gli ebrei chi? Quanti? Quando? Dove?

Ma più che ricercare l’accuratezza storica tramite il rigore filologico, gli autori sembrano intenzionati a screditare l’intero popolo ebraico tramite l’accusa forse più infamante di tutte e per raggiungere il loro obiettivo generalizzano, saltano alle conclusioni e spacciano speculazioni personali come “prove definitive”. Ecco la conclusione che ne traggono, in modo a mio parere abbastanza maldestro e pressappochista:

«Per concludere. La Bibbia – l’Halakhah, la normativa religiosa dell’ebraismo – sancisce che è lecito, per l’ebreo, avere rapporti sessuali con bambine di età inferiore a tre anni».

I due co-autori aggiungono, nello stile che è tipico anche di Biglino:

«Su ciò non può esservi dubbio alcuno.»

Dubbi in realtà ve ne sono, e tanti. Intanto, la Bibbia non è esattamente l’Halakhah, come sembrano implicare. In secondo luogo, ribadisco che applicare le interpretazioni del Talmud per spiegare la Bibbia è un’operazione che ci si aspetterebbe da un religioso, ma non da un laico che si approcci in maniera critica a un testo. Inoltre, dettaglio non da poco: come mostrano i testi che loro stessi hanno citato nel loro libello antisemita, spesso il Talmud non si riferisce all’ebreo medio, ma al sacerdote. Quindi, citano delle fonti che di fatto smentiscono la loro stessa tesi.

La conclusione che traggono, quindi, è del tutto tirata per i capelli, ma presentata come dato di fatto incontrovertibile e chiunque osi non essere d’accordo diventa bersaglio di attacchi a distanza senza possibilità di replica.

Non c’è da meravigliarsi se i due autori vadano d’accordo con Biglino e abbiano collaborato con lui, perché sembrano usare il suo stesso modo di procedere:

  • nonostante si scaglino in modo polemico contro le religioni, utilizzano le stesse modalità interpretative tipiche dell’approccio teologico e non quelle storico-critiche tipiche di un approccio puramente laico;
  • citano le fonti bibliche e talmudiche in modo acritico (dando cioè per scontato che quanto vi è scritto corrisponda al vero, cosa che nessuno storico serio si sognerebbe di fare) e senza un metodo filologicamente e storiograficamente solido;
  • forzano le interpretazioni, saltando a delle conclusioni del tutto assenti nei testi citati;
  • selezionano elementi che sembrano dare ragione su questioni secondarie, facendo credere di avere il supporto anche sulla loro tesi centrale (quella, cioè, che si tratterebbe di pratiche comuni);
  • usano, in modo che loro stessi definirebbero fraudolento, queste interpretazioni sull’età (che, ricordiamo, NON sono scritte nel testo biblico) come prove definitive;
  • scartano gli studi che li contraddicono, bollandoli come contenenti conclusioni fraudolente, senza tuttavia argomentare fermamente (p. 5).

Per riassumere, citano dei brani del Talmud che parlavano dell’età in cui un infante può essere considerato maschio o femmina e quindi, nel secondo caso, se adatta a essere promessa sposa per un appartenente al sacerdozio. Non si parla di rapporti sessuali con bambine nella Bibbia, non si parla affatto di tutti gli ebrei in genere e, in ogni caso, resta la questione di fondo, a cui i paleoastronautici risultano essere sordi, cioè che se una cosa è scritta in un testo, ciò non vuol dire automaticamente che sia accaduta davvero. Il modo in cui i due co-autori hanno presentato tutte quelle citazioni talmudiche costituisce una pesante decontestualizzazione volta a presentare l’idea, del tutto assente nei testi, che queste fossero (e siano tuttora) pratiche in uso presso tutti gli ebrei. Il che è incommentabile.

Se quindi in un mio commento Facebook di poche righe avrò dato dimostrazione di ignoranza e pressapochismo di seconda mano, ammetto in questo le loro superiorità nettissime. Anche in merito alla boria presuntuosa, da loro posso solo prendere appunti, dato che riescono a esprimere giudizi su una persona da un semplice commento su Internet.

Almeno i miei errori li ammetto, cioè che non mi sono soffermato infatti sul termine “ṭaph” come avrei dovuto, ma sul sinonimo “yaldah”, ma quantomeno, a differenza dei tre autori, cerco il confronto, dato che non ho nulla da temere. Chissà come mai, invece, costoro rispondono dappertutto, tranne proprio dove c’era da rispondere, e, come fa il loro più celebre co-autore, rifuggono da ogni confronto fatto entrando nel merito delle loro “teorie”.

Infine, i due contestano la mia affermazione che “yaldah” significhi “bambina”. Secondo loro vuol dire “ragazza”, citando questo dizionario online:

https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?t=kjv&strongs=h3207

Forse sarà loro sfuggito che “girl” in inglese vale anche “bambina”, come dimostra peraltro anche il versetto di Zaccaria che si trova nel link che loro stessi hanno citato, in cui si parla di “boys and girls” che giocano per strada.

Inoltre una fonte autorevole, il dizionario monolingue ebraico Even-Shoshan, che è quello usato dagli ebraisti seri (e che per qualche curioso motivo mi ritrovo nella mia libreria), riporta come significato quello che mostro qui di seguito.

Yaldah
La definizione di “yaldah” secondo il dizionario monolingue Even-Shoshan. La definizione primaria darà ragione a me o a Di Benedetto & Fallisi (e, di riflesso, a Biglino)?

Lascio non tradotta la definizione e chiedo ai due co-autori (anzi, tre, incluso Biglino), di dare dimostrazione dell’onestà intellettuale di cui fanno vanto e decidere se ho davvero torto sulla questione “yaldah” oppure no.

La riporto in fotografia in modo che non possano usare un traduttore automatico, tanto, visto che possono permettersi di tacciarmi di ignoranza, non avranno certo problemi a mostrare la loro superiore conoscenza dell’ebraico. Ci riesco persino io a capire quella definizione, a maggior ragione dovrebbero riuscirci loro, no? È persino vocalizzato, quindi può leggerlo anche un Biglino dall’alto delle sue 20-25 lezioni private di ebraico.

Resto comunque a disposizione per ogni eventuale discussione. Se lo ritengono opportuno, anche in lingua ebraica.

7 risposte a "In risposta a Omar Di Benedetto e Giuseppe Fallisi"

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  1. Ciao Giuseppe , non c’è bisogno di menzionare l’ Even Shoshan tanto i bigliniani utilizzano o i libri di Biblino ( ^____^) o al massimo qualche dizionario online, sono certo che fino ad oggi non avevano mai sentito parlare di tale dizionario. A presto Giuseppe

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